L’uomo che voleva sussurrare ai potenti della Terra

Giornalista:

Quentin Ariès

Fotografo:

Thomas Dévényi

Fotografa:

Alessia Capasso

Ludovic Zanker sembra essere l’uomo più ammanicato d’Europa. Per più di dieci anni, si è presentato come un consulente politico pronto a consigliare figure d’alto profilo in materia di affari internazionali. È stato intervistato dalla stampa, in qualità di esperto, sugli argomenti più disparati: dalle sanzioni alla Russia, passando dalla crisi afgana, fino alla Brexit e alla strategia di vaccinazione Europea, con la convinzione che fosse al centro dei negoziati diplomatici. Il problema è che la sua immagina pubblica è una montatura. Ma fino a che punto Zanker è riuscito a imbrogliare il mondo? E cosa rivela il suo inganno sulle nostre società?

È una bellissima mattina a Rouen, città ad un’ora di distanza da Parigi. Il sole splende e c’è solo qualche nuvola bianca nel cielo sopra il municipio. Dovrei incontrare Ludovic Zanker qui a mezzogiorno. Arriva con qualche minuto di ritardo. Una quarantina d’anni, indossa un paio di scarpe da ginnastica New Balance, una giacca sportiva e una camicia azzurra. La prima impressione che avevo avuto dalla videochiamata di qualche giorno prima è immediatamente confermata: è un oratore abile e carismatico.

Zanker si definisce un «consigliere onorario» della Commissione europea. È anche il direttore generale dell’‘Institute European Advices’, un ibrido tra un think-tank e una società di consulenza ben integrata nella bolla politica di Parigi e Bruxelles. Camminiamo per qualche minuto prima di sederci ai tavolini di un caffè. Zanker mi confessa di essere stanco dopo una settimana impegnativa. È appena tornato da un viaggio in Croazia dove ha partecipato a un incontro «top secret» tra diplomatici russi e tedeschi durante il quale si è discusso dello Stato di diritto in Polonia – poi un rapido passaggio nella città di Bonn, in Germania.

Il suo ‘Institute European Advices’ è un’organizzazione registrata in Francia. Ma sono incuriosito dall’errore grammaticale. Dovrebbe, ovviamente, essere ‘of’ e ‘Advice‘. «È un errore», ammette mentre arriva il suo succo d’arancia appena spremuto. L’errore ortografico sfigura un po’. Ma rivela lo scollamento tra la sua immagine pubblica e la realtà. La sua vita come consulente dei più potenti leader mondiali è solo un’illusione.

  • Ludovic Zanker ha 42 anni. Si presenta come un consulente di questioni internazionali. Eppure, i suoi servizi e i suoi presunti contatti sono pura finzione. © Thomas Dévényi

Raccontare la storia di chi potremmo senza problemi definire un ‘impostore’ è stato bizzarro. Ho vissuto a Bruxelles per sette anni, e di consulenti, gruppi di pressione e think-tank ambigui e opachi ce ne sono a bizzeffe. Fingere di poter influenzare i legislatori europei è la moda più seguita in città. Eppure, il caso Zanker pone diversi interrogativi. Come possiamo stimare l’impatto che ha avuto un impostore che ha condotto una vita falsa per più di dieci anni? Come raccontarlo? Come può un uomo coltivare un’idea di se stesso, di essere così potente, quando la sua leggenda è basata su di un castello di carte? Non mi interessano le opinion di Zanker, lui è libero di pensare ciò che vuole. Piuttosto, sono interessato a cosa la sua falsa identità riveli della nostra società.

Non mi ci è voluto molto per capire che lavorare con Zanker avrebbe voluto dire entrare in un vuoto spazio-temporale. Innanzitutto, perché è un chiacchierone. Sommando la videochiamata e l’incontro che abbiamo avuto a Rouen, siamo stati insieme per due ore e mezza. A metà ottobre, il suo account aveva più di 171 mila tweet; una media di 45 messaggi al giorno. Dal 2020, ho contato circa 100 messaggi tra dichiarazioni, finti viaggi ufficiali, comunicati stampa o video di lui che compariva su diverse testate e in cui inventava relazioni con politici e diplomatici di ogni schieramento. 

A metà agosto, avrebbe passato il pomeriggio in Tagikistan, ad aiutare i diplomatici europei a mantenere aperto un dialogo con il governo afgano che era appena caduto. Più tardi, in serata, ha cenato a Berlino con dei diplomatici tedeschi. Ha anche finto di essere un consulente sulla repressione in Bielorussia, sulla campagna di vaccinazione contro il Covid-19 e sul conflitto tra Armenia e Azerbaigian.

Twittare o non twittare

Mi sono imbattuto per la prima volta in Zanker nei primi mesi del 2020, quando ha iniziato a seguire il mio account Twitter. Dopo aver spulciato il suo profilo, ho deciso di cliccare sul suo sito web. Sono rimasto incuriosito dal nome, tanto generico quanto plausibile, del suo think-tank: AAEIC – Europa. Il sito web potrebbe aver bisogno di un restyling. È un po’ scarno, e i membri dello staff sono tutti dei completi sconosciuti, ma non c’è nulla di particolarmente sorprendente. Nonostante ciò, nei giorni successivi, ho cominciato a pormi delle domande. Il suo inglese, tedesco e russo sono abbozzati e rudimentali. Ed è strano che un’organizzazione così nell’ombra, si vanti tanto della sua vicinanza ai legislatori europei.

Anche il blogger SebastienEU stava investigando su Zanker in quel periodo, e ha scoperto che i profili Twitter e LinkedIn dei dipendenti del think-tank erano falsi. Le foto dei loro profili erano state prese a caso da altri siti web. Eppure, Zanker ha continuato. Ha pubblicato un post sul sito Médiapart – una rivista online indipendente – in risposta alle accuse di SebastienEU. Zanker mi ha anche detto di avergli fatto causa, ma poi ha ammesso che l’indagine è stata chiusa in poco tempo dalle autorità.

L’AAEIC è stato creato nel 2019 ed è stato ribattezzato l’anno successivo in ‘Institute European Advices’. Ma non era il suo primo tentativo. Nel 2008, all’età di 29 anni, Zanker ha creato la sua prima associazione, ‘Cabinet Politique’. Negli ultimi 13 anni, il suo nome è stato associato a tante altre realtà, incluso la ‘Europolitique Consulting’, il cui obbiettivo è “supportare l’azione di Ludovic Zanker su questioni politiche legate all’Europa, ma anche a livello nazionale in Francia”.

  • Ludovic Zanker in piedi di fronte al municipio di Rouen in Francia. Vive in una piccola città a 30 chilometri da qui. © Thomas Dévényi

  • © Thomas Dévényi

Ciò nonostante, queste organizzazioni sono introvabili sul registro per la trasparenza europeo (un passaggio obbligatorio per poter incontrare i commissari e i loro funzionari). Zanker si era iscritto nel marzo del 2020, ma è stato presto sospeso dai responsabili del registro che hanno fiutato l’imbroglio. Inoltre, il ruolo di «consulente onorario» che sostiene di ricoprire presso la Commissione europea, semplicemente non esiste.

Eric Mamer, il portavoce della Commissione, mi conferma che Zanker non ha mai incontrato la presidente Ursula von der Leyen e che non ha mai lavorato per lei. E il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) nega di aver assegnato alcuna presunta missione a Zanker in Ucraina, Afghanistan o in Bielorussia: «Non c’è nessuna traccia di un suo rapporto con il SEAE».

«Seguire qualcuno sui social vuol dire dargli una legittimità»

Zanker sarà pure uno sconosciuto nella bolla europea, ma ha comunque un suo pubblico. Più di 5mila persone seguono il suo account Twitter. Tra i quali due candidati alla presidenza francese, Michel Barnier e Anne Hidalgo, il commissario europeo Dubravka Suica e i membri del Parlamento europeo Irene Tolleret, Fabbiene Keller, Geoffroy Didier e Iratxe Garcia.

Ci sono anche altri nomi di peso: il Segretario di stato francese Jean-Baptiste Lemoyne, l’ex Primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin, e diversi altri tra legislatori, attivisti e lobbisti conservatori.

La stragrande maggioranza di questi follower sembrano essere dei “follow-back”, ma questa semplice azione alimenta la montatura di Zanker. «Seguire qualcuno sui social vuol dire dargli una legittimità», avverte un funzionario europeo. Il caso di Zanker è stato anche usato nella formazione all’uso dei social media da parte degli specialisti della comunicazione europea.

Un “esperto” di media

Zanker imita il metodo giornalistico per ottenere maggiore visibilità: quando vuole rendere note le sue idee su una questione, per esempio sui vaccini, sulla Brexit, sulla situazione sanitaria in Francia, sulla crisi afgana o sulla repressione in Bielorussia, posta dei link delle sue presunte fonti. Io stesso uso tecniche simili per indirizzare i miei lettori.

Sicuramente, la maggior parte dei suoi messaggi sono dei falsi che ricevono like e sono retwittati dal profilo del suo ‘Institute’. Ma il modo in cui opera Zanker è rivelatore, afferma Alexandre Alaphilippe della ong Disinfo Lab.

«C’è una tendenza chiaramente visibile […] la presunzione di essere qualcosa che non si è, o di essere molto di più di quanto si sia in realtà. È una conseguenza della iper-personalizzazione di Internet, del peso che viene assegnato al personal branding e l’importanza del comunicare parlando di altri contenuti». La narrazione ha superato la sostanza, anche nella bolla europea. Le società di lobbisti e le istituzioni sono esperti in materia. Oggi, ogni parlamentare europeo o organizzazione ha uno o più responsabili della comunicazione. E innumerevoli legislatori o personalità pubbliche twittano alla velocità della luce, malgrado questo comporti fare degli errori.

È probabile che sia stato tramite Twitter che alcuni mezzi di informazione hanno contattato Zanker per condividere le sue idee. Nel maggio del 2021, durante un’intervista con la versione francese di I24 incentrata sulle recenti tensioni tra Israele e Palestina, ha affermato di essere in contatto con lo staff del Segretario di stato americano Anthony Blinken. E ha aggiunto: «Come ha detto Vladimir Putin in modo confidenziale non molto tempo fa, dobbiamo assolutamente affrontare il problema della guerra per i territori».

Il 18 aprile era anche a Dakar TV a parlare dello Sputnik V, il vaccino russo contro il Covid-19. È tornato poi in trasmissione un mese dopo per parlare di economia. È apparso due volte su Russia Today nel 2018 per parlare dell’avvelenamento di Sergei e Yulia Skripal da parte dei servizi segreti russi mentre si trovavano nel Regno Unito, e per commentare le elezioni americani. Più recentemente, a settembre, è stato intervistato dal Teheran Times.

  • Alexandre Alaphilippe gestisce l’organizzazione Disinfo Lab. Ad oggi, sono quattro anni che produce risorse per contrastare la disinformazione online. © Alessia Capasso

Secondo Zanker, «se i tuoi colleghi giornalisti, decidono di intervistarmi, è perché prima di mandarmi in onda, devono aver fatto alcune ricerche». Nessuno di questi mezzi di informazione ha risposto alle mie domande. «Probabilmente si vergognano un po’», ha affermato un giornalista che produce programmi televisivi. Le persone che hanno contattato Zanker, probabilmente si sono affidate alla sua biografia di Twitter. Per Alexander Alaphilippe queste apparizioni televisive sono parte di un «processo di legittimazione» e devono essere poste «in parallelo con la spiacevole necessità economica di produrre costantemente informazione su larga scala». In queste circostanze la verifica delle credenziali degli intervistati può essere a dir poco ridotta all’osso.

«È un fenomeno a cascata» spiega il ricercatore sulla disinformazione. «Non appena vieni invitato, verrai poi chiamato da qualche altra parte e così via». A dir la verità, Zanker fatica a essere re-invitato, ma questo perché non è molto capace. Quando si tratta di altre personalità, può creare una «spirale fatale», per usare le parole di Alaphilippe.

Connect the dots

Nicolas Quénel:

Giornalista indipendente, specializzato in disinformazione, terrorismo e Sud est asiatico

I media come macchina che assegna credibilità e ripulisce la disinformazione

Le operazioni di disinformazione, almeno quelle di una certa dimensione, spesso emergono da ‘mezzi di comunicazione fantoccio’, più o meno ufficiali. Esse si affidano a personaggi come Ludovic Zanker per imporre una narrazione, o per darsi un’aria di credibilità.

All’inizio del 2021, insieme al giornalista Antoine Hasday, ho pubblicato un’inchiesta sul quotidiano Les Jours riguardante una grande rete di disinformazione al servizio di Nuova Delhi. La rete opera da 15 anni presso il Parlamento europeo a Bruxelles, ma anche presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Come opera?

Al fine di trasmettere la disinformazione, le menti dietro l’operazione creano falsi media che offrono una piattaforma a persone che sono più o meno credulone e competenti, e queste persone poi forniscono una narrativa positiva sull’India.

In questa fase, l’informazione data non ha quasi alcuna visibilità, dato che è ancora legata solo ai media fantoccio. Ma le cose si evolvono quando la storia viene condivisa da realtà come ANI, la più grande agenzia di stampa indiana. Nel suo notiziario, la fonte è presentata come “un media indipendente di Bruxelles”.

Ma le cose non finiscono qui. Il bollettino di ANI viene poi condiviso da altri media indiani, che modificano il testo e cancellano la menzione della fonte “media indipendenti”. Alla fine di questo processo, rimane solo il falso pezzo di informazioni, senza alcuna indicazione rispetto alla sua origine. La credibilità è data dall’etichetta ANI.

Abbiamo scoperto come – proprio come accade per il denaro sporco – la disinformazione diventa plausibile quando passa di mano in mano nell’ecologia mediatica. Alla fine dei conti, diventa impossibile indovinare l’origine di un’informazione, a meno che non si inizi un’indagine completa.

Il caso di Ludovic Zanker non è l’equivalente diplomatico dell’affaire Jean-Claude Romand, un sordido dramma familiare risalente agli anni ’90 in cui un uomo si era inventato di sana pianta di essere un dottore presso l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e che ha poi ucciso i suoi familiari. Non è neanche paragonabile a Idriss Aberkane, uno scienziato francese noto per aver gonfiato le sue qualifiche. 

In qualche modo, la storia di Zanker si pone a metà strada tra due inchieste della rivista francese Les Jours: la prima, ‘Indian Chronicles’, trattava delle operazioni volte a spargere disinformazione per favorire interessi indiani, mentre la seconda, ‘La Mythomane du Bataclan’, tracciava il profilo di una ‘falsa vittima’ coinvolta negli attacchi terroristici del 2015 di Parigi e Saint-Denis. Ci sono anche alcune somiglianze con la saga del francese Alexis Debat, che per anni si è finto un esperto di geopolitica e consulente del Ministero della difesa francese. Lui ha avuto più successo di Zanker. Un commentatore molto gettonato dai media americani che era stato anche assunto da ABC TV. Poi, nel 2007, è stato smascherato dopo aver inventato una intervista falsa con Barack Obama. Qualche anno dopo, è tornato sulla scena con un altro nome come esperto di intelligenza artificiale, questa volta senza falsificare il suo CV. Ora lavora nell’industria cinematografica per prevedere il successo commerciale delle grandi produzioni di film.

Zanker vuole essere visto come un esperto affidabile, un uomo la cui opinione è tenuta in considerazione dagli uomini di potere a Bruxelles, Parigi, Berlino o Mosca. Per farlo, usa tutti gli strumenti tipici di una campagna di disinformazione: crea siti web fittizi, fonda associazioni e sparge informazioni false. Contemporaneamente, sembra essere convinto della sua storia al punto da usare il suo vero nome e rimane nel personaggio anche quando viene smascherato o la sua legittimità viene messa in discussione. È un bugiardo o un mitomane?

«I mitomani sono anosognosici che non sanno di mentire; credono a ciò che dicono», afferma Albert Moukheiber, dottore in neuroscienze e psicologo che studia l’impatto psicologico delle notizie false. «E poi c’è chi inganna. Loro mentono sapendo di mentire per innumerevoli ragioni, per il brivido, per darsi importanza».

  • Albert Moukheiber ha un PhD in neuroscienze. È anche uno psicologo. In particolare, studia l’impatto psicologico delle notizie false. © Thomas Dévényi

Ma un giornalista non deve fornire una diagnosi psicologica. Profili come quello di Zanker non sono una novità. «Questo tipo di comportamenti è sempre esistito. Ma ora sono amplificati dai social media», spiega il dottor Moukheiber. E verificare le affermazioni fatte da qualcuno come Zanker può richiedere molto tempo. 

L’ascesa di Donald Trump fornisce un quadro chiaro della differenza che corre tra il segnalare le false informazioni e la difficoltà nel rintracciarne le origini. Il Washington Post ha documentato una media di 39 affermazioni false al giorno nel corso dell’ultimo anno della sua presidenza. Non è ancora chiaro nel suo caso se queste invenzioni siano il sintomo di un problema mentale o semplici bugie. La maggior parte degli psicologi e psichiatri americani si rifiutano di commentare sullo stato di salute mentale di Trump, in quanto non è loro paziente. Zanker, ovviamente, non è Trump. Ma, ad oggi, sono 13 anni che cerca di creare una carriera inventata come consulente politico e lobbista.

Zanker ha appoggiato funzionari eletti di ogni genere, sia a livello locale che internazionale. Ha espresso il proprio supporto per Emmanuel Macron, Ursula von der Leyen e per l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Praticamente chiunque, tranne i partiti ecologisti o la sinistra radicale. Non fa mistero delle sue simpatie per la Russia di Vladimir Putin.

Il problema è anche che si crede un «consulente« e un «facilitatore» nei rapporti tra Bruxelles e Mosca. Insieme alla sua intervista per I24, nella quale sembrava che «mettesse da parte» la riservatezza di un commento ufficioso pronunciato dal presidente russo, Zanker ha usato il suo blog su Médiapart, per pubblicare la foto di una cartella che sostiene essere ufficiale, spiegando che sta lavorando per la presidenza della Federazione Russa allo scopo di revocare le sanzioni che l’Ue ha imposto a Mosca quando quest’ultima ha deciso di invadere la Crimea. Dice anche di essersi recato in Ucraina per negoziare con il governo ucraino e russo, ma i loghi sono sbagliati e il suo russo è piuttosto approssimativo.

È supportato dai diplomatici russi? «Sono in contatto con l’ambasciata russa a Parigi, con il loro ufficio stampa, e mi hanno detto ‘Signor Zanker, se c’è qualcosa che lei può fare al suo livello sarebbe un bene perché non siamo solo dei mostri’. Quindi, improvvisamente, insomma, non sono esattamente un mediatore ma sto cercando di risolvere la situazione». L’ambasciata russa in Francia afferma di non avere nessun legame con le attività di Zanker.

«Insomma, non sono esattamente un mediatore ma sto cercando di risolvere la situazione»

Il blog di Zanker esemplifica anche le difficoltà del giornalismo partecipativo. I giornalisti di Médiapart moderano questi blog e spesso postano aggiornamenti affidabili e interessanti. Ma l’altro lato della medaglia è che alcuni utenti usano la piattaforma per far sembrare credibili i propri contenuti, come se fossero informazioni pubblicate dai giornalisti della testata stessa. Secondo un membro dello staff responsabile per questi blog: «Ogni iscritto a Médiapart ha un suo blog ospitato sulla nostra piattaforma, per il quale lui o lei sono legalmente responsabili. La nostra moderazione avviene esclusivamente a posteriori grazie a un sistema di avvisi». A marzo 2020, dopo uno di questi avvisi, Médiapart ha rimosso un articolo di Zanker.

Fino a che punto arrivano i suoi stratagemmi

Zanker crede in se stesso e parla sempre con sicurezza. O almeno fin quando non si inizia a scavare e si rivela la sua conoscenza superficiale di alcune tematiche. Prima del nostro incontro a Rouen, abbiamo parlato della Brexit e si è vantato di essere in contatto con l’ex Negoziatore dell’Ue Michel Barnier, e delle sue fonti a Londra. «Lavorano nella finanza, sono persone che vogliono rimanere nell’Eurozona». Peccato che il Regno Unito non abbia mai adottato l’Euro. Sostiene inoltre di aver lavorato sulla questione nord-irlandese, ma non è in grado di spiegare quale sia stato il suo ruolo o cosa comprenda l’accordo sulla Brexit per quel che riguarda il confine irlandese.

Al di là di questo, però, il suo carisma può sicuramente funzionare su persone che non seguono da vicino la politica europea. Esistono testimonianze di come sia in grado di convincere alcuni individui solamente grazie alle sue capacità relazionali.

A proposito, come mai afferma di essere uno specialista di tematiche europee e internazionali? «Perché è facile, nessuno sa nulla a riguardo!», scherza Alexandre Alaphilippe. «È un mondo diverso, complesso e con tanti attori diversi. Quindi ti basta scendere nei dettagli affinché la gente ti creda».

  • © Alessia Capasso

  • © Thomas Dévényi

Una delle sue trovate più clamorose riguarda un’e-mail della Commissione europea relativa alla riforma delle pensioni in Francia, che Zanker, suo dire, avrebbe ricevuto nell’inverno del 2020. Secondo lui, la Commissione «analizzerà i dettagli» della riforma, ma «esprime alcune riserve riguardo al suo finanziamento». Questa invenzione è circolata molto tra giornalisti, sindacati e figure politiche, incluso il complottista di estrema destra Florian Philippot. Nonostante Zanker sia stato presto smascherato, va fiero della sua nuova fama.

«Se è stata ripresa, questo prova che è stata verificata«, afferma. «Sai, se ne è parlato molto, perfino all’Eliseo (la sede del Presidente della Repubblica francese, ndt.). Non è disinformazione. Non penso sia errata, e non lo è neanche per i funzionari che conosco. Non è sbagliata». Eppure, è impossibile ritrovare questa e-mail.

Zanker usa anche i social media per attirare l’attenzione sui suoi rapporti con aziende e istituzioni. Le intestazioni sono molto formali, accompagnate dai loghi delle sue organizzazioni, e di solito aggiunge una firma fatta a mano. In un’e-mail indirizzata a Ursula von der Leyen, sostiene che quest’ultima lo abbia consultato riguardo a potenziali sanzioni finanziare ai danni della Francia, poiché questa non si era attenuta alle regole dell’Ue sul deficit. «Ti do il mio via libera per una multa tra i 5 e i 10 miliardi di euro», ha scritto, mentre la ringraziava in anticipo per aver citato il suo nome quando ha annunciato questa decisione. A volte riceve anche delle risposte, in quanto la politica dell’esecutivo europeo è di rispondere a tutte le e-mail nel nome della trasparenza.

  • «Bruxelles attira persone folli come una lampada attira falene», afferma un funzionario europeo. Nella foto: il parlamento europeo a Bruxelles. © Alessia Capasso

Ma altre volte si spinge troppo in là. Ad aprile, in un’e-mail indirizzata al municipio di Rouen e a un consigliere di von der Leyen, ha offerto i suoi servizi in relazione al programma di vaccinazione contro il Covid-19. A quanto sembra, avrebbe ricevuto la conferma da parte di questo consigliere che alcune nuove dosi sarebbero presto arrivate nella regione. Due ore dopo, la risposta del consigliere fu molto aspra: «Non conosco lo scopo del vostro messaggio, ma, per evitare ogni fraintendimento, vorrei che fosse chiaro noi non ci conosciamo, che non sono il suo contatto con la Sig.ra von der Leyen e che non vi ho confermato nulla».

I membri dello staff presso la sede principale della Commissione sospirano ogni volta che il nome di Zanker appare in una casella e-mail. Solo di recente gli sono state date indicazioni di non rispondergli. E non è l’unico. «Se solo sapessi il numero di persone eccentriche che ci scrive ogni giorno«, sospira un altro funzionario. «Bruxelles attira persone folli come una lampada attira falene», aggiunge un altro funzionario, il quale, nel corso degli anni, è stato il destinatario di molte richieste di questo genere.

Solo un imbroglio di bassa lega?

Osservare più da vicino le ong che Zanker ha fondato negli ultimi 13 anni, implica lanciare un campanello d’allarme. È chiaramente desideroso di essere a capo di qualcosa: spesso si nomina presidente delle sue organizzazioni. Ma c’è bisogno di almeno due persone per registrare un’associazione. Quindi Zanker dovrà pur avere dei collaboratori, giusto?

Il presidente dell’‘Institute’ è Olivier de Mazurier, ma è impossibile rintracciarlo. E quando chiedo a Zanker il suo numero, lui non è in grado di fornirmelo, sostenendo di aver perso il suo contatto. Lo stesso vale per il tesoriere. Anche in questo caso, Zanker non è in grado di fornirmi alcun genere di contatto. Tutte le piste sono dei vicoli ciechi.

Anche gli altri statuti registrati presso la préfecture (istituzione locale francese, ndt.) – che all’epoca erano ufficiali – sembrano loschi. È difficile identificare tutti i nomi elencati e, chi lo avrebbe mai detto, la maggior parte di questi sembrano essere vicini di casa tra loro a Rue Mozart a Parigi. Ancora una volta, è impossibile carpire altre informazioni al riguardo da Zanker.

  • © Thomas Dévényi

  • © Thomas Dévényi

Compilare statuti falsi è un reato. «Se queste persone non esistono, allora si tratta di contraffazione», conferma Colas Ambard, un avvocato specializzato nell’ambito legale in cui operano le ong. Questo vale anche nel caso in cui la struttura sia stata sciolta. 

Zanker è ferrato anche nell’inventare dipendenti. Prima del nostro incontro, il suo sito web personale menzionava dei precisi «membri dello staff che cooperano con le sue funzioni politiche». Ma quando gli chiedo di questi dipendenti, cita nomi diversi rispetto a quelli elencati. Anche quando ho provato a contattare il suo ‘Institute’, le e-mail provenienti dal suo «ufficio personale» erano firmate ogni volta da una persona diversa.

Eppure, due persone reali sono recentemente entrate a far parte dell’’Institute’ per aiutare Zanker a pubblicare rapporti e articoli d’opinione. Soltanto una mi ha risposto, spiegando che ha subito lasciato la posizione, perché nutriva seri dubbi sul suo datore di lavoro.

«Riceverò circa 25.000 euro»

Questa missione quasi ossessiva nel voler costituire organizzazioni, con tutta probabilità false, lascia interdetti. Ma è possibile anche sentire l’odore di un probabile imbroglio.

«Nel diritto penale, l’intento conta. Questo potrebbe essere visto come un tentativo di appropriazione indebita di fondi pubblici», dice Ambard, prima di giudicare situazioni come questa come «completamente esasperanti […] Queste non sono pratiche comuni nel settore delle ong». Venire scoperti dalle autorità a compiere un illecito del genere, può avere conseguenze molto serie: si rischia una potenziale condanna a tre anni di prigione, in aggiunta ad una multa fino a 45.000 euro. 

Per essere il dirigente di una ong, Zanker è piuttosto sfuggente quando si tratta di parlare dei suoi finanziamenti. Dopo averglielo chiesto più volte, sostiene di aver stipulato contratti con, e aver ricevuto fondi dalla Commissione europea. Non gli è possibile dire altro a riguardo, sostiene, e non è negli elenchi dei beneficiari di fondi locali o europei. Il suo sito vanta anche sponsorizzazioni da parte di Orange, Apple, Microsoft e della banca BNP Paribas. 

Zanker dichiara anche di aver ricevuto dei finanziamenti da un fondo di sostegno francese contro il Coronavirus che erano previsti per le ong. «Riceverò circa 25.000 euro», afferma.

Il Ministero francese dell’economia non è in grado di confermare questo in quanto la legge protegge la privacy professionale e della tassazione. Il Ministero sta però portando a compimento circa 4 mila azioni legali per frode nei confronti di chi ha beneficiato dei fondi di sostegno istituiti durante la pandemia. I controlli sullo stato degli aiuti economici erogati potrebbero avvenire in qualunque momento nel corso dei prossimi cinque anni.

Non lo avrebbe mai immaginato

Non appena il nostro incontro termina, Zanker mi invia un’e-mail e un sms in cui mi dà la sua «autorizzazione» a pubblicare questa storia. Aggiunge poi che ha in mente di spostare le attività del suo ‘Institute’ verso un «nuovo campo» in quanto ora ha dei «progetti più coerenti».

Più tardi nel pomeriggio, pubblica un tweet contro le mie «informazioni obsolete» e riordina la sua storia. Non avrebbe mai lavorato per le istituzioni europee. «Non renderò noti i miei contatti e le mie fonti diplomatiche e politiche», aggiunge, mentre si dice pronto «a lavorare dall’interno per le autorità russe». In effetti è tutt’ora invischiato in una diatriba con l’ambasciata russa a Parigi e più tardi ha chiesto loro di «cessare definitivamente» di diffondere «diffamazioni false» contro il suo istituto.

In seguito al nostro incontro, la ‘s’ di ‘advices’ ha iniziato a sparire dal suo sito web. Anche i nomi dei suoi dipendenti sono stati modificati. Ha sostituito il riferimento a ‘consulente onorario’ con ‘indipendente’ sul suo account Twitter. Diversi fogli di calcolo che dovrebbe essere documenti contabili hanno iniziato a comparire. Così come una mozione dal suo ‘Institute’ in cui si annuncia che il misterioso presidente Olivier de Mazurier si è dimesso. L’Institute stesso sarà presto sciolto. Zanker sta voltando pagina, su questo non c’è dubbio. Ma come scriverà la prossima?

Connecting the dots

Francesco Barbati:

Membro di ereb, traduttore ed editor specializzato in linguistica, comunicazione e studi europei

Fake news come anticorpi artistici e politici: il caso del progetto Luther Blissett

La disinformazione non è qualcosa di nuovo. Il fenomeno fa parte della storia umana da molto tempo prima dell’invenzione di Internet. In Italia, già negli anni ’90, il Luther Blissett Project (LBP, il ramo italiano di un movimento europeo di attivisti e agitatori culturali, noto come “Luther Blissett”), organizzò una serie di “bufale” costruite in modo così minuzioso da essere diffuse dai media locali e nazionali.

Una volta che una data storia raggiungeva il suo apice di popolarità, il LBP rivelava di esserne il creatore, smascherando irriverentemente la non professionalità dei giornalisti coinvolti e la tendenza dei media a diffondere notizie senza controllare correttamente i fatti. Il Luther Blissett Project, che è stato attivo per cinque anni (1994-1999), è stato un collettivo che si proponeva di prendere in giro i media mainstream attraverso mezzi creativi. 

Ottennero una certa notorietà grazie a bufale come quella dei cosiddetti “rituali satanici” nella zona di Viterbo, non lontano da Roma. Tra il ’96 e il ’97 – attraverso una serie di personaggi inventati (e un Comitato fittizio) – Luther Blissett inviò lettere e notizie ai giornali locali riguardanti presunte “messe nere” che si svolgevano nella campagna intorno alla città. 

Sulle mura di Viterbo apparvero scritte sataniche, candele, lumini e altri oggetti tipicamente associati a tali rituali. A un certo punto, la redazione ottenne anche un video girato in una fattoria abbandonata in cui sembrava fosse stato ripreso un sacrificio umano. La storia, il filmato, le (false) prove erano stati tutti assemblati ad hoc. Tuttavia, i media locali e nazionali ne parlarono per oltre un anno e politici, vescovi e sacerdoti alimentarono paranoia e ossessione.

Il cuore della falsa notizia “vera” è che fornisce informazioni che sembrano credibili. Coloro che ascoltano e danno retta a tali storie, senza avere i mezzi necessari per riconoscere la loro non autenticità, sperimentano un vortice di emozioni negative che generano odio, rabbia e risentimento.

Come punti di informazione, i media, sia nella stampa che online, hanno contribuito non solo alla pervasività delle fake news ma anche alla normalizzazione di questo vortice emotivo. Anche prima dell’avvento dei social media il LBP voleva insidiare un sistema mediatico basato sulla costante e ossessiva ricerca di notizie; un sistema capace di alterare la percezione della realtà degli utenti.

Dopo lo scioglimento nel 1999 quattro membri del collettivo bolognese decisero di commettere un “suicidio metaforico” per poi svilupparsi nel collettivo di scrittura noto come Wu Ming, famoso per i romanzi meta-storici e gli esperimenti letterari, legati alla Fondazione Wu Ming, che realizza progetti culturali, attività di sfatamento e molto altro.

Questo reportage è stato realizzato da Bruxelles, Parigi e Rouen.

Rimani aggiornata/o, iscriviti alla nostra newsletter

Iscriviti