Cosa resta del sogno d’indipendenza della Catalogna?

Giornalista:

Élise Gazengel

Fotografo:

Àngel García

A Sabadell, la mobilitazione massiccia per l'indipendenza catalana ha lasciato il posto alla rassegnazione. In questa città di circa 200 mila abitanti, i graffiti e le bandiere catalane disseminati qua e là ricordano l’impatto del referendum del 1 ottobre del 2017. Allora, 55 mila persone si recarono alle urne. Quattro anni più tardi - e a pochi mesi dalla liberazione di nove prigionieri politici catalani -, cosa resta di quel movimento?

«Diciotto, venti… Oggi siamo ventitre». Raccolti nella piazza del municipio di Sabadell (a 30km da Barcellona) alcuni irriducibili dell’indipendentismo catalano manifestano sotto a un grande balcone in pietra che corre lungo la facciata neoclassica dell’edificio. Dal giugno 2019, ogni giorno, alle ore 13:00, questi cittadini si danno appuntamento per denunciare il ritiro di un grande cartello in favore dei “prigionieri politici”. La rimozione del cartello è arrivata per mano della nuova sindacata socialista, al momento del suo insediamento. «All’inizio questa piazza era stracolma», spiega un pensionato nostalgico che preferisce non rivelare il suo nome, «ma oggi tante persone non vengono più, non fanno più parte del movimento».

«Viva la Catalogna… Libera!». Per quanto gridino con il megafono in mano, i militanti sono lontani dall’avere lo stesso impatto di qualche anno fa. Intorno o a loro, la vita ordinaria fa il proprio corso. E sono poche le persone che si fermano per prestare attenzione a ciò che accade – finanche il poliziotto di guardia all’ingresso del Comune preferisce guardare il telefono, invece che preoccuparsi del raduno. 

«Oggi eravamo quaranta», conclude al megafono l’uomo anonimo, gonfiando un po’ la cifra che aveva utilizzato soltanto qualche minuto prima. Per lui, la mancata mobilitazione è principalmente dovuta all’assenza di leadership e di obiettivi. «Prima c’era la meta del referendum, avevamo un governo che ci spingeva a scendere in strada. Abbiamo fatto tutto ciò che ci è stato chiesto: abbiamo manifestato, organizzato un referendum, difeso i seggi… Ora dobbiamo capire cos’altro ci sia da fare! Non ci sono più obiettivi», si lamenta il leader, sostenuto dai militanti. 

A quasi quattro anni dal referendum di autodeterminazione catalano (dichiarato illegale da Madrid), la piazza di Sabadell delle ore 13:00 è il ritratto di ciò che resta dell’indipendentismo: un movimento fiaccato e frustrato, ma pur sempre presente

  • Da quando le forze indipendentiste hanno perso il governo di Sabadell, nel 2019, alcuni membri dell'associazione Òmnium Cultural si ritrovano ogni giorno alle ore 13:00 davanti al municipio per chiedere l’amnistia per i prigionieri catalani, oltre alla grazia già concessa. © Àngel García

  • Da quando le forze indipendentiste hanno perso il governo di Sabadell, nel 2019, alcuni membri dell'associazione Òmnium Cultural si ritrovano ogni giorno alle ore 13:00 davanti al municipio per chiedere l’amnistia per i prigionieri catalani, oltre alla grazia già concessa. © Àngel García

  • Nella piazza dottor Robert, i graffiti a favore dell’indipendenza sono ancora abbastanza visibili. © Àngel García

A pochi passi dalla piazza del municipio, Ricard Fernàndez prende un caffè mentre ripercorre gli eventi del 1 ottobre 2017. Fumettista sulla quarantina, Ricard si presenta come un indipendentista «circostanziale», soprattutto «contro lo stato monarchico spagnolo, invece che a favore del nazionalismo catalano». T-shirt e pantaloni neri nonostante il caldo, sembra un cantante rock alternativo mentre si rulla un’altra sigaretta. Nel 2017, era scrutatore volontario durante il referendum. Il suo rolo: garantire che l’evento si svolgesse regolarmente, senza brogli, e che tutti potessero esprimere la propria preferenza. E pensare che alle ultime elezioni catalane Ricard non ha votato affatto. 

Nel suo giro di conoscenze, si è fatto largo un certo «disincanto» verso la classe politica. Tutto questo nonostante il fatto che i partiti indipendentisti, grazie a una coalizione, abbiano mantenuto una maggioranza nel Parlamento regionale. «Gli stessi partiti sono disuniti, in assenza di un obiettivo comune come il referendum. Senza quest’ultimo, non esiste possibilità di un’alleanza reale. È triste», analizza Ricard tra un tiro di sigaretta e l’altro.

"1-O: non si scorda, non si perdona"

La riflessione è condivisa anche dalla maggioranza dei manifestanti della Diada (la festa nazionale catalana, ndr.) che, come ogni anno, si è svolta l’11 settembre scorso a Barcellona. Secondo gli organizzatori, sarebbero state 400 mila le persone scese in strada a reclamare l’indipendenza – ma è la prima volta che il movimento ha sentito la necessità di dichiarare un numero di partecipanti. Dal canto suo, la polizia ha parlato di 108 mila persone: un numero sei volte più basso di quello del 2019. Al netto della diminuzione del numero di partecipanti – alcuni analisti la giustificano con la pandemia -, hanno fatto capolino per la prima volta numerosi cartelli e slogan contro la classe dirigente indipendentista catalana, accusata di aver «tradito il mandato referendario»

Per comprendere il calo di intensità del movimento bisogna tornare al suo apogeo. Chiunque colloca questo momento in una data ben precisa, quella del 1 ottobre del 2017 appunto. 

Quel giorno, dopo diversi anni di tensioni politiche che avevano visto il governo catalano opposto a quello nazionale conservatore, più di due milioni di catalani (le liste elettorali contavano 5 milioni di iscritti, nda.) si recano a votare per esprimere la loro preferenza in merito all’autodeterminazione della regione autonoma. L’evento viene represso duramente dalla polizia nazionale, inviata nella regione per l’occasione. I graffiti “1-O: non si scorda, non si perdona” ( riassumono l’importanza di quella giornata per il movimento (sigla che sta a indicare “1 ottobre 2017”, ndr.). 

A Sabadell – quinta città catalana per numero di abitanti – molte persone si aspettano effettivamente l’arrivo della polizia nazionale. Soprattutto presso la scuola Nostra Llar (“Nostro rifugio”, in italiano, nda.), dove doveva votare anche la presidente del Parlamento catalano di allora, Carme Forcadell. Perseguita dalla Giustizia, sarà poi condannata per sedizione insieme ai suoi colleghi, e condannata, nel 2019, a 11 anni di carcere. 

«La Catalogna trionfante
sarà di nuovo ricca e prospera.
Via queste persone
vanitose e sprezzanti»

Ricard non scorderà mai quanto accaduto (quattro anni dopo, è in piedi di fronte al seggio nel quale si trovava, il 1 ottobre, insieme a un manipolo di altri volontari): dall’interno dell’edificio, osserva la polizia sgomberare uno a uno i manifestanti radunati davanti a una porta di vetro. Al momento dell’arrivo degli ufficiali, nel caos, non si rende conto che alcuni organizzatori scappano nella direzione opposta, verso i corridoi, con le urne in mano. 

La polizia entra sfondando la porta d’ingresso. In uno dei video delle telecamere installate sulle uniformi degli agenti, si sente urlare: «Dove sono le maledette urne?». Poi il poliziotto in questione sfonda a calci tutte le porte delle classi dell’istituto. Alcuni colleghi si divertono a chiamare l’agente «fabbro aggiusta serrature, reperibile 24/24h». In tutto ciò, le chiavi per entrare in ogni stanza erano a disposizione all’ingresso dell’edificio. 

  • Un’urna elettorale costruita presso l’Instituto Escola Industrial per far votare i cittadini di Sabadell in occasione del referendum del 1 ottobre 2017. © Àngel García

  • Decine di poliziotti delle forze antisommossa si sono introdotte nella scuola Nostra Llar sfondando le porte di vetro, al fine di confiscare le urne del referendum. © Àngel García

  • Alcuni volontari ripuliscono i danni creati dall’intervento della polizia presso la scuola Nostra Llar, il 1 ottobre 2017. © Àngel García

Ricard mantiene la calma. Si rifiuta di firmare il verbale della polizia. Lo stallo dura una trentina di minuti. Fuori dalla scuola, gli indipendentisti iniziano a intonare l’inno catalano: «La Catalogna trionfante / sarà nuovamente ricca e prospera / Fuori queste persone / Così vanitose e sprezzanti». Intanto, gli agenti buttano alcune scatole-confezioni di giocattoli dentro a delle grandi buste della spazzatura. «Volevano far credere a chi era fuori che stessero portando via le urne», spiega Ricard. Mentre racconta la storia, si sofferma spesso su dettagli di questo tipo. Come se stesse disegnando una vignetta. 

Una volta raccolte le scatole di giocattoli e i nominativi delle persone presenti nella scuola, la polizia riparte, spingendo indietro la folla con i pugni in aria fino ai furgoni. Poi le urne riappaiono e le votazioni riprendono. Fino alle ore 20:00 sono soprattutto indipendentisti a recarsi al seggio. «Io credo che fosse giusto organizzare questo referendum, anche se, alla luce di quanto accaduto, si è trattato di un evento aneddotico; l’obiettivo era ottenere una partecipazione da parte della maggioranza della popolazione». 

La smobilitazione

A quel tempo Ricard aveva smesso di fumare. Ma ha ricominciato il giorno dopo il referendum. «Non pensavo che avremmo ottenuto l’indipendenza, ma pensavo che il governo spagnolo avrebbe riconosciuto almeno il problema politico di aver tentato di fermare un esercizio di voto con la forza. E che tutto ciò non fosse stato normale».  

Insomma, dopo quella giornata storica, Ricard e i catalani più in generale – ma anche il resto del Paese – si aspettavano che accadesse qualcosa. Alcuni speravano in una dichiarazione d’indipendenza unilaterale da parte del governo catalano. 

È ciò che accade effettivamente tre settimana dopo il referendum, il 27 ottobre del 2017 (in seguito a un ultimo tentativo, fallito, di avviare una negoziazione con Madrid), su pressione degli indipendentisti scesi in strada per reclamare l’applicazione del «mandato del 1 ottobre». Due giorni dopo, una parte del governo catalano fugge in Belgio. Il resto dell’Esecutivo finisce in carcere, condannato per sedizione. 

  • Ricard Fernàndez è in piedi di fronte alla scuola Nostra Llar, dove è stato scrutatore volontario durante il referendum. © Àngel García

  • L’"estelada" (“stellata”, in catalano) è la bandiera che rappresenta le rivendicazioni indipendentiste della Catalogna, rispetto alla Spagna e alla Francia. © Àngel García

  • Ricard non immagina un futuro positivo per il movimento di indipendenza. «Vederemo cosa succederà e se si riuscirà a organizzare qualcosa. Ma non ho idea di come sia possibile mobilitare di nuovo le persone». © Àngel García

Per Ricard come per molte altre persone, la delusione è stata forte. «Avevamo la possibilità di instaurare un conflitto permanente con un avversario più forte di noi e sperare che un processo politico portasse un compromesso; un compromesso in grado di mettere d’accordo la Catalogna, la Spagna e l’Europa. Ma questa speranza non si è mai concretizzata».

«Non è certo una novità che per abbattere la dissidenza sia sufficiente incarcerare 25 persone. Amici e famigliari organizzeranno un gruppo di sostegno. La loro priorità sarà far uscire queste persone dalla prigione. Ed ecco che hai neutralizzato un movimento».

Ricard ammette che, nel suo caso, anche l’incarcerazione di uno dei suoi amici, nel settembre del 2019, ha avuto un effetto di smobilitazione. 

Tutto accade quando è in arrivo la sentenza per i dirigenti indipendentisti catalani. Alcune associazioni come il Comitato per la difesa della Repubblica (CDR) e Tsunami Democratico, cercano di riattivare la cittadinanza, promettendo azioni forti per l’anniversario del 1-O. Il 27 settembre però, i Servizi di intelligence spagnoli (CNI) avviano un’operazione “anti-terrorismo” e arrestano 9 sospettati, proprio a Sabadell.

Dopo circa quattro mesi di carcere per ”appartenenza a gruppo terroristico” e “detenzione di esplosivi”, tutte le persone vengono rilasciate. Alcune sono in attesa di un processo. Per altre è stato giudicato che il fatto che non sussiste. Secondo il rapporto d’indagine, non è stato rinvenuto alcun esplosivo. Ricardo riassume i suoi sentimenti in maniera acerba: «Non è certo una novità che per abbattere la dissidenza sia sufficiente incarcerare 25 persone. Amici e famigliari organizzeranno un gruppo di sostegno. La loro priorità sarà far uscire queste persone dalla prigione. Ed ecco che hai neutralizzato un movimento».

Anche Maties Serracant è in attesa del suo processo. Ma le accuse nei confronti dell’ex-sindaco di Sabadell sono molto meno pesanti. In carica proprio durante i fatti dell’ottobre del 2017, è finito nelle mire della Giustizia per aver concesso gli spazi per lo svolgimento del referendum. Come lui, altri 700 sindaci sono stati convocati dalla Giustizia spagnola. La maggior parte se l’è cavata con un nulla di fatto. 

Serracant attende notizie sul suo destino da parte delle autorità nei prossimi mesi. «Sono ottimista e, alla peggio, me la caverò con un ineleggibilità o con una multa. Se si può condannare qualcuno per far esercitare un diritto fondamentale alle persone, ovvero il diritto di voto, così sia! Al contrario, sarebbe opportuno condannare le violazioni dei diritti da parte dello stato spagnolo!».  

  • Maties Serracant nel cortile interno del municipio di Sabadell. Era sindaco della città, il 1 ottobre 2017. Oggi, è ritirato a vita privata e si dedica alla geologia. © Àngel García

  • Una signora è in piedi su un balcone di Sabadell, mentre la nota bandiera stellata catalana sventola sullo sfondo. © Àngel García

  • Ricard non immagina un futuro positivo per il movimento di indipendenza. «Vederemo cosa succederà e se si riuscirà a organizzare qualcosa. Ma non ho idea di come sia possibile mobilitare di nuovo le persone». © Àngel García

L’ex sindaco – look da quarantenne moderno –  si è ritirato dalla vita politica dopo la fine del mandato, nel 2019.

Geologo di professione, scende in politica con il tema dell’ecologia per poi aggiungersi a una lista indipendentista che raccoglieva diverse realtà di sinistra. Dopo quindici anni di egemonia socialista, nel 2015, la sua formazione, alleata con altre indipendentiste progressiste è riuscita a ottenere la guida di Sabadell (il partito socialista catalano non rivendica l’indipendenza, a differenza di altre forze di sinistra, ndr.). Maties assume la carica di sindaco nel corso della seconda parte della legislatura, a luglio 2017. Si ricorda del 1-O come un giorno storico in cui la società si è organizzata senza le istituzioni.

«Non ho mai perso di vista il fatto che la città non fosse indipendentista. Ma una maggioranza voleva avere la possibilità di votare in caso di un referendum», racconta, ancora stupito dall’enorme mobilitazione di una parte della popolazione. Anche lui è andato a votare. Per poi fare il giro dei seggi e, inevitabilmente, passare alla scuola Nostra Llar, dove i vetri infranti erano stati raccolti e le urne cominciavano di nuovo a riempirsi. 

Per l’ex politico, quella giornata è stata un «test», perché in effetti non si trattava di qualcosa di reale, ma di un atto «per capire cosa fosse possibile fare, e che l’unilateralità era l’unica soluzione. […] Mi sono anche reso conto che una parte del governo catalano non era molto preparata per questo assalto democratico», spiega Maties – lui, che non ha mai voluto una carriera in politica. 

Connecting the dots

Annabel Roda:

Membro di ereb e giornalista specializzata in questioni di genere

La speranza della politica

Nel 2017, la mia amica Natàlia mi disse:«Sei fortunata a provenire dall’altro lato del fiume». Il fiume Algars si trova a 220 chilometri di distanza da Barcellona e crea un confine naturale che separa i villaggi delle regioni della Catalogna e dell’Aragona, in una zona rurale ed isolata. Nello scenario ipotetico di una Catalogna indipendente, il fiume Algars rappresenterebbe un confine internazionale. 

A settembre 2017, Natàlia si era trasferita nel mio villaggio da qualche mese, dopo essere cresciuta a Barcellona. Nonostante suo padre provenga da un villaggio poco distante dal mio – e sebbene abbia passato i mesi estivi in questa zona -, lei si sente, ed è catalana. Ma era la prima volta che questa sensazione le creava apprensione. 

Intanto, la campagna di indipendenza catalana e la bolla mediatica che era stata creata da quest’ultima, si incontrava ovunque: nei bar, nei negozi, nelle banche, finanche durante i pasti a casa. 

Il ponte che sovrasta il fiume Algars e che collega il mio paese, Valdeborres, in Aragona, e Arnes, in Catalogna, è stato sempre stato un luogo importante per le rivendicazioni indipendentiste della zona. Tutto ciò si è notato ancora di più nel novembre del 2017, quando è apparso un graffiti di vernice bianca al centro del ponte, come a dividerlo. Il segno era stato percepito, da entrambe le comunità, come indicatore di una verosimile autodeterminazione da parte della Catalogna.

Anche se entrambi i paesi hanno identità chiare e distinte, ci sono legami culturali, economici e linguistici tra le due realtà. Per esempio, il catalano è la lingua madre su entrambi i lati del fiume – lo stesso vale per altri 17 villaggi in questa zona dell’Aragona. I matrimoni tra persone originarie della Catalogna e dell’Aragona sono frequenti. Le persone hanno sempre attraversato quel ponte, giorno dopo giorno, senza alcun tipo di conflitto. Per anni, non avevo osservato un’esigenza a separare le due aree. 

Quattro anni dopo il referendum e la mobilitazione, la questione ha perso di rilevanza da queste parti. Non è più il principale argomento di conversazione tra vicini, nei bar on nei negozi. La bandiera catalana, simbolo delle rivendicazioni indipendentiste, sventola ancora ad Arnes, ma i pensieri di noi cittadini non girano più intorno alla questione. 

Ciò che Maties chiama “assalto democratico” è stato definito “sedizione” dalla Giustizia spagnola. Un delitto per il quale nove membri dell’esecutivo catalano e altri leader del mondo associativo sono stati condannati nel 2019, dopo mesi di custodia preventiva. La pena: fino a 13 anni di carcere. All’epoca, la sentenza provocò una settimana di manifestazioni e scontri quotidiani nelle strade della Catalogna. 

Il 23 giugno scorso, quando però è arrivata la grazia per mano del governo nazionale socialista e i condannati sono usciti dalle rispettive prigioni, solo poche persone hanno accolto gli ex-politici. Per l’occasione, davanti alla prigione di Lledoners – dove sette uomini incriminati erano stati rinchiusi per tre anni – si sono presentati un centinaio di militanti. Per la liberazione, gli ex-leader rilasciati hanno sventolato una bandiera che recitava “Freedom for Catalonia” (“Libertà per la Catalogna, tdr.), un gesto rivolto chiaramente alle telecamere internazionali.

Oggi, Maties si dice felice di poter nuovamente salutare in maniera calorosa due degli ex-imprigionati che risiedono a Sabadell quando li incontra per strada. Si tratta della ex presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell e Jordi Cuixart, leader dell’associazione Òmnium Cultural. Eppure, lui non li ha raggiunti di persona per la liberazione: ha seguito il tutto a casa sua, davanti alla televisione. 

  • Tutti i dirigenti politici catalani sono stati liberati alle 12:00 del 23 giugno scorso, dopo la grazia del primo ministro Pedro Sanchez. Gli uomini che erano imprigionati insieme, lasciano il carcere spagnolo di Lldoners à Sant Joan de Vitorrada. © Àngel García

  • Tutti i dirigenti politici catalani sono stati liberati alle 12:00 del 23 giugno scorso, dopo la grazia del primo ministro Pedro Sanchez. Gli uomini che erano imprigionati insieme, lasciano il carcere spagnolo di Lldoners à Sant Joan de Vitorrada. © Àngel García

  • Tutti i dirigenti politici catalani sono stati liberati alle 12:00 del 23 giugno scorso, dopo la grazia del primo ministro Pedro Sanchez. Gli uomini che erano imprigionati insieme, lasciano il carcere spagnolo di Lldoners à Sant Joan de Vitorrada. © Àngel García

  • Tutti i dirigenti politici catalani sono stati liberati alle 12:00 del 23 giugno scorso, dopo la grazia del primo ministro Pedro Sanchez. Gli uomini che erano imprigionati insieme, lasciano il carcere spagnolo di Lldoners à Sant Joan de Vitorrada. © Àngel García

L’ex sindaco ammette che, dopo il 1-O, il movimento «si è ritrovato su una traiettoria discendente e che, a quattro anni di distanza dal referendum, è come se non si fosse riusciti a tornare all’apogeo». Nonostante i numerosi slogan pronunciati nel 2017 come “non ci sono abbastanza carceri per fermarci tutti”, Maties è d’accordo con Ricard nell’analizzare l’effetto della privazione delle libertà individuali: «Una grande parte del movimento non è disposta a sacrificare quello che sarebbe necessario per ottenere la libertà (ovvero, l’indipendenza, ndr.). È raro che qualcuno sia disposto a finire in carcere, per esempio».  

Allo stesso tempo, Maties crede che la mancata mobilitazione indipendentista sia normale, fisiologica e sinoidale. «È come riprendere fiato: il movimento ha bisogno di ossigeno per ricostruirsi, per ripensare il proprio ruolo. Credo sia positivo».

«Non conosco alcun indipendentista che ha smesso di essere tale»

Anche Julià Fernández, collega e predecessore di Maties nel ruolo di sindaco di Sabadell dal 2015 al 2017, si mostra poco preoccupato. A differenza di Maties, Julià è ancora deputato regionale nelle fila della sinistra indipendentista dell’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya, nda.). Forte di un buon risultato elettorale in occasione delle elezioni regionali del febbraio scorso – quest’ultimo ha permesso al suo partito di superare per la prima volta la destra indipendentista -, Julià si dice ottimista. «Il movimento è più forte e migliore di quanto non fosse prima», afferma – una spilla da militante risplende sul suo gilet.   

  • Julià Fernandez è stato sindaco di Sabadell fino a pochi mesi prima del 1 ottobre 2017. Oggi è deputato regionale per il partito ERC (Esquerra Republicana de Catalunya,) e portavoce del ministro regionale per la Sanità. © Àngel García

  • Il disegno logorato di un nastro giallo a terra - simbolo usato in Catalogna per ricordare ed esprimere solidarietà ai leader indipendentisti incarcerati come reazione al processo indipendentista catalano. © Àngel García

  • Julià Fernandez è stato sindaco di Sabadell fino a pochi mesi prima del 1 ottobre 2017. Oggi è deputato regionale per il partito ERC (Esquerra Republicana de Catalunya,) e portavoce del ministro regionale per la Sanità. © Àngel García

Anche lui si trovava presso la scuola Nostra Llar il 1-O, sebbene non fosse il suo seggio. Aveva avuto la sensazione che sarebbe successo qualcosa. «Visto che la polizia mi ha rotto gli occhiali mentre ci sgomberavano, non ho che un vago ricordo di quel momento», spiega. Poi smette di scherzare. Julià utilizza la sua presenza in quell’occasione per spazzare via le critiche dei militanti indipendentisti che accusano la classe politica di inazione.

L’assenza delle folle in strada? Secondo lui è aneddotica. «Non conosco alcun indipendentista che ha smesso di esser tale», ripete. Tanto meno sarebbe un problema la mancata unità d’intenti della sinistra e della destra catalana a livello regionale. Il recente accordo di governo raggiunto all’ultimo momento a maggio del 2021 è l’unico fatto che conta. Per lui e i suoi colleghi, un obiettivo esiste: «Allargare la base« del movimento convincendo più persone a unirsi alla causa. Come? Dimostrando che un indipendentista è in grado di governare anche nell’interesse di chi non lo è. 

A proposito, Julià Fernández ci ha dato appuntamento in una piazza di Sabadell di cui va particolarmente fiero. Si trova in un quartiere dove il suo partito non sorpassa il 10 per cento nelle intenzioni di voto. Quella che era una grande rotonda, sotto il suo mandato, è diventato uno spazio da gioco per ragazzi. Si trova proprio all’uscita della stazione del treno che collega la periferia di Sabadell con Barcellona. Secondo lui, questo tipo di interventi a livello locale, possono convincere sempre più elettori. Alcuni potrebbero riconoscere l’infrastruttura come un simbolo. Oppure, come un curioso caso del destino: l’opera di cui va più fiero l’ex sindaco indipendentista non è altro, infatti, che la ristrutturazione della piazza di Spagna. 

Connecting the dots

Jamie Mackay:

Membro di ereb, giorrnalista freelance e traduttore

L'indipendenza della Scozia: se non ora, quando?

Nel 2014 ho passato un’estate abbastanza piovosa a bussare alle porte delle case di Edimburgo, cercando, senza successo, di convincere le persone a votare per l’indipendenza della Scozia in occasione del referendum. Molti amici non erano d’accordo. E lo capisco. Anche io trovo lo sfarzo nazionalista, lo sventolare di bandiere, ecc., abbastanza fastidioso. Gli indipendentisti catalani della prima ora che sostengono che dovrebbero avere uno stato indipendente, utilizzando argomenti come l’unicità di lingua e tradizione, mi sembrano particolarmente fuorvianti. Le nazioni sono sempre pluraliste in termini di composizione. Ed è un fatto positivo. 

Nonostante ciò, ritengo che la questione dell’indipendenza scozzese non abbia a che fare con l’identità. Si tratta, piuttosto, di contestare l’architettura anti-democratica del Regno Unito. Qualsiasi paese europeo ha una costituzione scritta che, per quanto imperfetta, protegge i propri cittadini dai capricci del governo di turno. Nel Regno Unito, tutto ciò è assente. Al contrario, diamo la possibilità a senatori, avvocati e “persone con cariche a vita” di invocare principi fondamentali senza un riferimento costituzionale. I cittadini scozzesi protestano contro questo sistema oscuro da decenni. Un fatto che, nel 1997, è valso l’istituzione di un Parlamento devoluto regionale. Quindi: perché non completare il percorso? 

Io non odio gli inglesi. E tra l’altro non sopporto le cornamuse! Per non parlare degli haggis (piatto tipico scozzese, ndt.). Il punto è che l’argomento democratico a favore dell’indipendenza sta diventando sempre più rilevante. Nel 2016, la Scozia ha votato con il 62 per cento per restare nell’Unione europea. Non c’è stato un distretto elettorale che abbia visto una maggioranza per la Brexit. Nonostante ciò, Westminster ha imposto l’uscita dall’Ue al paese. In occasione delle ultime elezioni del 6 Maggio, i cittadini hanno risposto votando in maggioranza per il partito indipendentista SNP (e per i Verdi). Onestamente, gli attivisti di lungo corso, come me, si stanno ancora riprendendo dall’ultima sconfitta (al referendum). Ma con così tante persone che si stanno interessando alla nostra causa, c’è un’opportunità da non perdere.

*Il lavoro sul campo a Sabadell è stato realizzato nel mese di agosto 2021.

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