Bielorussia: fuggire dal regime di Lukashenko ad ogni costo

Testo e foto:

Denis Vejas

Dopo le elezioni presidenziali dell’agosto del 2020, migliaia di persone hanno lasciato la Bielorussia alla ricerca di protezione in paesi vicini come la Polonia, la Lituania, la Lettonia, l’Ucraina e la Repubblica Ceca. Sviatlana Kutkovich è una delle tante che ha deciso di abbandonare il paese per difendere la sua libertà e quella della sua famiglia. Il tragitto di 500 chilometri verso la Lituania, che normalmente dura solo 5 ore, si è trasformato in un viaggio di 6 giorni lungo 8,200 chilometri. Uno sforzo scandito dal tempo trascorso in clandestinità, dagli attraversamenti illegali delle frontiere, dalla separazione dai suoi figli, e reso possibile solo con l’aiuto generoso delle persone che ha incontrato lungo la sua strada.

Nella sua nuova casa a Lentvaris, in Lituania, Sviatlana sembra rilassata. Porta trecce colorate e indossa un top che rivela i tatuaggi di Banksy sulla spalla. Sviatlana ha 40 anni ed è originaria di Mogilev, città dell’estremo oriente della Bielorussia. Spesso le persone definiscono questa area la “culla” del presidente Alexander Lukashenko, in quanto è la zona delle sue origini e perché, proprio, qui, la popolarità di quest’ultimo si conserva più forte che in qualsiasi altra parte del paese.

Madre single di tre figli – Aleksey (15 anni), Taisiya (13) e Alina (6) -, Sviatlana non ha mai sostenuto Lukashenko e nel 2011 e nel 2017 ha partecipato a un paio di manifestazioni dell’opposizione. Nonostante questo si definisce apolitica. Racconta di aver avuto sempre una vita tranquilla in compagnia dei suoi figli e di sua madre Tamara, dedicandosi al suo lavoro di  tecnico elettronico e riparando computer portatili, telefoni e altri apparecchi informatici. 

Tutto è cambiato nell’estate del 2020, quando decide di offrirsi volontaria come osservatrice indipendente per le elezioni nel seggio elettorale della sua città. Il 9 agosto, giorno delle elezioni, è in strada insieme ad altri tre osservatori mentre i funzionari contano i voti. «Non era realistico che l’80 per cento avesse votato per lui (Lukashenko, nda.) … Abbiamo contato almeno il 50 per cento dei voti per Tikhanovskaïa (la candidata dell’opposizione che rappresenta il movimento democratico). Le persone che venivano a votare si erano vestite di bianco e facevano il segno della vittoria o il cuore per indicare che stavano votando per [Tikhanovskaïa]», spiega Sviatlana.

Quella notte iniziano gli arresti. Alcuni degli amici di Sviatlana vengono catturati dall’unità speciale di polizia, l’Omon. Motivazione ufficiale: partecipazione a un evento di massa non autorizzato. Quel giorno, secondo il sito web Mogilev Online, vengono arrestate centinaia di persone, anche se il numero esatto non è mai stato reso noto. Quello che si sa è che dal 9 al 12 agosto tutti i centri di detenzione della città sono stracolmi e tutti i nuovi prigionieri vengono distribuiti dalle stazioni di polizia locali nelle carceri più piccole della regione di Mogilev.

A metà settembre, Sviatlana inizia a partecipare alle manifestazioni pacifiche di Mogilev. Si unisce al gruppo di Telegram – il punto di riferimento per gli oppositori del regime. Un mese dopo è già bersaglio dei servizi di sicurezza e la polizia la convoca per la prima volta. «Sono entrata al dipartimento di polizia distrettuale convocata come testimone; ne sono uscita con un procedimento amministrativo contro di me: articolo 23.34».

  • Sviatlana Kutkovich nella sua cucina, a Lentvaris, in Lituania © Denis Vejas

  • Tra i giochi dei figli di Sviatlana, una bandiera lituana e dell'opposizione bielorussa © Denis Vejas

  • Sviatlana si è fatta tatuare il numero 23.24 del Codice degli illeciti amministrativi. 339/2 fa riferimento a un altro tipo di infrazione della quale era già stata accusata. 30/11 - 22/03 è i periodo che ha passato in Russia durante la fuga dalla Bielorussia © Denis Vejas

23.34 è un numero che da lì a poco sarebbe diventato molto conosciuto tra i partecipanti alle manifestazioni pacifiche che hanno seguito le elezioni. Le cifre che lo compongono si riferiscono ad un articolo del ‘Codice degli illeciti amministrativi’ che riguarda la “violazione nell’organizzazione o nello svolgimento di raduni o eventi pubblici”. Questo articolo viene utilizzato per giustificare detenzioni illegali, arresti, multe, percosse e abusi. Letteralmente chiunque partecipi a qualsiasi tipo di manifestazione può essere accusato sulla base di questo articolo. L’organizzazione per i diritti umani bielorussa Viasna sostiene che nell’ultimo anno ci siano state più di 33mila detenzioni e oltre 1000 casi documentati di tortura nelle carceri bielorusse.

Subito dopo il suo primo arresto, Sviatlana viene riconvocata. Lei si rifiuta di dichiararsi colpevole e di rivelare i nomi delle persone che avevano protestato al suo fianco, così l’ufficiale di polizia minaccia la sua famiglia. 

«C’è questo famigerato ispettore – Timur Pachomenko – una persona veramente sadica. Sapeva già dove fossero i miei figli. E mi minacciava perché mi rifiutavo di firmare il verbale: ”Adesso andiamo a prendere tuo figlio al liceo e tua figlia maggiore alla scuola di musica. E la tua piccolina, è all’asilo oggi? Andremo a prendere anche lei [..]. Mi dicevano che avrebbero dato mia figlia in adozione a una famiglia “normale” e che le donne come me dovevano essere sterilizzate».

Alla fine Sviatlana cede: firma i documenti, ma senza fornire altri nomi. L’11 novembre affronta il processo. Viene multata con circa 150 euro. Subito dopo l’udienza, Sviatlana inizia a ricevere visite dal DCFS (Dipartimento dei servizi per l’infanzia e la famiglia). I funzionari sostengono di aver ricevuto una chiamata anonima riguardo casi di violenza e di abuso di alcol nella sua famiglia.

«Ho capito che avrei dovuto iniziare a nascondermi. E nascondersi con i bambini sarebbe stato molto più difficile»

Il 13 novembre l’intero Paese è scosso dall’arresto (e dalla morte, successivamente) dell’artista bielorusso Roman Bondarenko. Alcuni poliziotti in borghese lo prelevano da casa senza motivo. L’artista viene malmenato in un centro di detenzione di Minsk. Dopo quanto accaduto, Sviatlana non può rimanere in silenzio. I membri del suo gruppo Telegram organizzano un flash-mob, un evento che segnerà il destino prossimo di Sviatlana. I partecipanti si riuniscono presso il ponte principale della città: accanto alle bandiere rosso-bianco-rosse espongono dei manichini di Lukashenko ed Ermoshina, uno dei membri della commissione elettorale centrale della Bielorussia. Successivamente, la manifestazione verrà descritta dalla polizia come causa di “sofferenze insopportabili” per Lukashenko.

  • Sviatlana Kutkovich © Denis Vejas

  • I figli di Sviatlana - da sinistra verso destra: Alina (6 anni) Aleksey (15) e Taisiya (13) - presso il confine tra Bielorussia e Lituania (versante lituano). Lo stesso confine che hanno attraversato da soli nel novembre del 2020 © Denis Vejas

Pochi giorni dopo, il 24 novembre, la polizia si presenta a casa di Sviatlana per la manifestazione dei manichini e viene portata davanti a una commissione d’inchiesta. Sviatlana inizia a capire di essere in pericolo. «Durante l’interrogatorio della commissione d’inchiesta ho chiesto di andare in bagno e ho buttato le mie due SIM nel water. Sapevo che avrebbero potuto recuperare le mie password di Telegram».

Più tardi, l’investigatore che si occupa del caso convoca Sviatlana in una stanza senza sorveglianza e le chiede di fornire tutte le informazioni di cui è in possesso, minacciandola con l’incarcerazione. Alla fine, Sviatlana decide di testimoniare. «Ho rivelato cose che sostanzialmente già sapevano, cercando di non mettere nei guai nessuno, confermando le informazioni». Alle 03:00 del mattino Sviatlana è libera di andare.

La mattina seguente la polizia perquisisce la sua casa, ma non trova nulla di rilevante. Alcuni giorni prima Sviatlana aveva rimosso e nascosto tutti i suoi hard disk. La sera stessa fa le valigie e con i suoi figli prende il primo autobus per Minsk.

La fuga

Sviatlana e i suoi tre figli arrivano nella Capitale bielorussa in una fredda notte di novembre. A Minsk trascorrono una notte a casa di Olga Studniova, un’attivista locale che si stava preparando ugualmente a lasciare il paese. La mattina che segue prendono insieme il primo autobus per Ashmyany, l’ultima città prima del confine lituano. Mentre pranzano, Sviatlana riceve una telefonata da un amico attivista di Mogilev: la polizia è già sulle sue tracce. 

Kamenny Log è il principale punto di attraversamento tra Vilnius e Minsk. Normalmente la strada è occupata dal passaggio di camion e autobus che viaggiano tra le due capitali. È proibito attraversare il confine a piedi. Sviatlana, Olga e i bambini scendono dal taxi e tentano di proseguire il viaggio in autostop. Un furgone pieno di lavoratori diretto in Lituania si ferma e li accompagna fino al primo posto di blocco.

Arrivati alla frontiera, senza alcuna motivazione, a Sviatlana viene impedito il passaggio. Gli agenti di frontiera le timbrano il passaporto con un’ingiunzione che le vieta di lasciare la Bielorussia, consigliandole di contattare la polizia della sua città per chiedere spiegazioni.

La famiglia è costretta a separarsi. «Ho capito che avrei dovuto iniziare a nascondermi. E nascondersi con i bambini sarebbe stato molto più difficile», ricorda Sviatlana. Sviatlana consegna i passaporti dei ragazzi a Olga, si fa dare un telefono “pulito” dalla figlia e saluta la sua famiglia che l’ufficiale di frontiera accetta di lasciare passare. 

«Ricordo di aver visto mia figlia partire e ho pensato che probabilmente sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto i miei ragazzi… È stato il momento più spaventoso del mio viaggio», racconta Sviatlana. Ancora oggi non si spiega perché l’ufficiale di frontiera abbia permesso ai suoi figli di attraversare il confine. Forse – ipotizza -, pensava che Olga fosse una lontana parente.

  • Sviatlana e i suoi tre figli camminano verso il confine tar Bielorussia e Lituania (versante lituano). 7 mesi fa, i ragazzi hanno attraversato questo confine senza la loro madre. Avevano indosso gli stessi zaini © Denis Vejas

  • Un poster ritrae Lukashenko alla stregua di un terrorista con indosso un passamontagna tipico delle unità Omon. Il poster si trova a 2 km dal checkpoint di Medininkai, in Lituania © Denis Vejas

  • Foto di persone che sono state rapite dal regime di Lukashenko nel corso di 26 anni di potere. I poster si trovano a 2km dal checkpoint di Medininkai, in Lithuania © Denis Vejas

  • Cartelli di protesta sul versante lituano del confine che recitano: 'Gulag 2km', 'Campo di concentramento Bielorussia', 'Fermo a 2km' © Denis Vejas

Secondo le statistiche ufficiali, ora non più disponibili sul sito web del Dipartimento di migrazione bielorusso, 13,500 persone hanno lasciato il paese nei mesi successivi alle elezioni presidenziali. Dal 20 dicembre tutti i confini – escluso quello con la Russia – sono completamente chiusi, ufficialmente per prevenire la diffusione del Covid-19 (anche se Lukashenko ha pubblicamente minimizzato i pericoli del virus, dichiarando che le migliori cure per qualsiasi malattia sono la vodka, le saune e l’hockey su ghiaccio).

A Kamenny Log, gli agenti di frontiera caricano Sviatlana su un autobus per tornare a Mogilev, ma lei riesce a scendere non lontano da Ashmianay. «Ero isterica. Non avevo connessione a internet e quindi nessuna notizia. Per calmarmi sono andata in una chiesa cattolica, anche se sono ortodossa; ma credo che, in una situazione del genere, non avesse molta importanza quale dio pregassi».

«Riesci a immaginarti la situazione? Di notte, seduta in una stanza in affitto senza nulla intorno, dovendo scrivere un documento ufficiale riguardo la sicurezza dei tuoi figli»

Tornata ad Ashmianay – da sola – si fa forza e affitta una stanza per la notte. Olga le comunica che sono ancora bloccati al confine, in attesa di una ONG locale, Dopomoga, che organizza corridoi umanitari. Li stanno aspettando dall’altra parte del confine. Ma i funzionari lituani vogliono vedere i documenti dove Sviatlana afferma di affidare i figli ad Olga. 

«Riesci a immaginarti la situazione? Di notte, seduta in una stanza in affitto senza nulla intorno, dovendo scrivere un documento ufficiale riguardo la sicurezza dei tuoi figli. Ho iniziato a guardarmi in giro, ho strappato un pezzo di carta da parati e con una matita ho scritto un’autorizzazione formale per lasciare la custodia dei figli a Olga; l’ho firmata e questo pezzo di carta da parati ha permesso ai miei figli di entrare in Lituania”.

Sviatlana era stata inserita nell’elenco delle persone a cui era vietato lasciare il paese. Intanto, a Mogilev, la sua amica Yulya – un membro di spicco del gruppo Telegram locale – viene interrogata dall’investigatore del caso dei manichini. Secondo Yulya, quando l’investigatore si è reso conto che Sviatlana era scappata, quest’ultimo è andato su tutte le furie organizzando una sorta di caccia all’uomo per trovarla. Fermarsi ad Ashmianay non era più un’opzione per Sviatlana.

  • Una delega scritta da Sviatlana per Olga su un pezzo di carta da parati delle pareti di una stanza affittata ad Ashmianay. Grazie a questa scrittura Olga è riuscita ad attraversare il confine con i figli di Svetlana © Denis Vejas

Verso la Russia

La mattina seguente un network di attivisti è già al lavoro per aiutare Sviatlana: due persone venute da Minsk la accompagnano a Vitebsk, nel nord-est della Bielorussia a un’ora dal confine russo. La zona fa da base a una rete di ONG e volontari che lavorano lungo i confini bielorussi per aiutare le persone come Sviatlana. Sono stati gli attivisti lituani che hanno aiutato i figli di Sviatlana a contattare i compagni di Minsk, chiedendo loro di venire a prendere la madre ad Ashmianay. 

Sviatlana arriva a Vitebsk, dove nei due giorni successivi viene ospitata e tenuta nascosta dal network. «A Vitebsk ho incontrato persone davvero fantastiche, come Maria e Aleksander. Non avevo praticamente nulla – in tasca avevo giusto 100 euro -, e mi hanno dato riparo e cibo. Aleksandr ora è in carcere».

Maria e Aleksandr aiutano Sviatlana anche nel preparare una domanda last-minute di visto lettone. Il piano è raggiungere illegalmente la Russia per poi tentare l’ingresso nello stato baltico – i confini tra Bielorussia e Lettonia sono troppo sorvegliati per essere attraversati, mentre il lungo confine russo offre più possibilità di successo. Di solito, i cittadini russi e bielorussi possono attraversare il confine senza la necessità di un visto, semplicemente mostrando un documento di viaggio a uno dei posti di blocco. A Sviatlana però è stato vietato di lasciare il paese e non può certo rischiare di incontrare i funzionari.

Tre giorni dopo, grazie al supporto ricevuto, Sviatlana parte per il confine russo. I trafficanti che conoscono l’area facilitano l’attraversamento illegale. Il van su cui si trova Sviatlana è pieno; molte persone sono originarie dell’Asia centrale e sono alla ricerca di lavoro in Russia.

«Non dimenticherò mai quel passaggio. Abbiamo percorso strade sterrate e attraversato piccoli villaggi prima di arrivare ​​in un campo dove stazionava un trattore. Quest’ultimo, grazie a un cavo agganciato al furgone, ci ha trascinati attraverso la terra. Alla fine del campo c’era un burrone e un torrente con un ponte alla buona. Le macchine ci stavano già aspettando dall’altra parte. Ci siamo divisi e ci hanno portato dove dovevamo andare; alcuni a Smolensk, altri a Bryansk, altri ancora oltre».

Connecting the dots

Marco Carlone:

ereb member, freelance photojournalist and video maker, focusing on small communities and remote areas, especially in the Balkans

Ma si emigra anche dalle Repubbliche Baltiche

Nell’estate del 2018 mi trovavo in Lituania, Lettonia ed Estonia per un reportage. Nella cittadina lituana di Visaginas, incontrai Irina. Era seduta su una panchina del centro a godersi il sole del mattino, elegante con il suo vestito a fiori e un bastone da passeggio. Mi raccontò che abitava lì dalla metà degli anni settanta, quando suo marito venne chiamato a lavorare come ingegnere per la centrale nucleare di Ignalina, a pochi chilometri di distanza. Si erano trasferiti da un villaggio siberiano. 

Qualche giorno dopo a Narva, una città estone al confine con la Russia, mi ritrovai a passeggiare con George, vent’anni, studente di architettura. Parlava estone, russo e georgiano, la lingua madre dei suoi genitori, che a loro volta erano figli di lavoratori “ricollocati” in Estonia dal Caucaso durante il periodo staliniano.

Infine, in un parco della capitale lettone Riga, intervistai Amuna, una drag queen. Mi disse che – dopo aver passato un periodo a Berlino – la sua speranza era di andare a vivere in Gran Bretagna, dove – diceva – si era sempre sentito più libero di fare ciò che voleva. 

Questi tre incontri – due su tre completamente fortuiti – raccontano piccolissimi scorci di quel panorama umano in continuo movimento che caratterizza i paesi dell’Ex Unione Sovietica fin dalla sua fondazione. Terre abituate da decenni a massicci flussi migratori: prima all’interno dei propri confini, poi, dopo il 1991, tra le nuove repubbliche. L’UNHCR ha calcolato che nel decennio 1990/2000 più di 9 milioni di abitanti dell’Ex URSS si sono spostati per rimpatriare nel proprio paese d’appartenenza in seguito agli stravolgimenti politici post dissoluzione. Oggi il flusso non si è certo arrestato, ha solo cambiato rotta. Dal 1990 la Lituania ha perso 899mila residenti, mentre secondo le stime dell’UE in Estonia si passerà dagli 1.6 milioni di residenti del 1990 a 1.2 nel 2100. Ma il paese che sembra soffrire maggiormente dei flussi migratori in uscita è la Lettonia, che dall’indipendenza del 1991 ha perso circa il 25 per cento dei suoi abitanti e ha istituito addirittura la figura dell’ambasciatore governativo per la diaspora.

  • Irina, residente di Visaginas (Lituania) originaria della Siberia © Marco Carlone

E poi, la Lettonia

Raggiunta la Russia, Sviatlana scende a Smolensk. La sera stessa del suo arrivo, dopo un paio di viaggi aggiuntivi in autobus, giunge a destinazione presso il confine lettone, a Burachk, estremità orientale della Russia. Ma ancora una volta, sfortunatamente, non riesce a sconfinare.

Un accordo tra Russia e Bielorussia del 2015 prevede che se uno dei due paesi vieta a una persona di lasciare il territorio nazionale, l’altro può fare lo stesso. «Almeno non mi hanno arrestata. Hanno visto il timbro sul mio passaporto che mostrava che non mi era permesso uscire dalla Bielorussia e hanno chiamato un agente del Servizio di sicurezza federale. Penso fosse dell’FSB, perché di quale unità poteva trattarsi altrimenti? Era un uomo alto, tutto vestito di nero, neanche una parola … Ha cominciato a farmi domande e a prendere appunti. In gran parte gli ho detto la verità. Sembrava che fosse arrabbiato soprattutto per la sveglia e la chiamata a mezzanotte. Altre guardie hanno avuto un atteggiamento amichevole ed erano curiose rispetto a quanto stesse accadendo in Bielorussia. Alla fine, alle 03:00 del mattino il mio ingresso in Lettonia è stato negato. Le guardie mi hanno fatto salire su un autobus che tornava in Russia e mi hanno consigliato di nascondermi da qualche parte nel paese». 

Un paio di ore più tardi, all’alba di una fredda giornata di un novembre russo, Sviatlana scende dal suo mezzo di trasporto letteralmente nel mezzo del nulla. Con soltanto uno zaino in spalla è diretta a piedi verso la città più vicina. Spende gran parte dei soldi che le sono rimasti per una camera di un ostello.

Il mattino seguente entra in contatto con un gruppo di attivisti locali russi che la vanno a trovare in giornata. Le dicono che è pericoloso soggiornare in quel posto. Spiegano che, precedentemente, altre persone in cerca di asilo hanno fatto la stessa cosa: poco dopo il check-in è arrivata la polizia ad arrestarli. 

In quei giorni, in seguito all’avvelenamento del leader dell’opposizione russa Aleksey Navalny occorsa il 20 agosto, anche in Russia la situazione politica si scalda. Le persone che nascondono Sviatlana sono attivisti che lottano contro il regime di Putin. Lei è riuscita a entrarci in contatto attraverso il network che l’aveva aiutato nel suo viaggio fin lì. Le comunicazioni sono state facilitate da una ONG lituana connessa ad altri gruppi nella regione.

Ad ogni modo, gli attivisti nascondono Sviatlana fornendo beni essenziali e cibo. A questo punto, lei sa che sarebbe stato impossibile lasciare la Russia in maniera legale e che, prima o poi, la polizia l’avrebbe trovata. Un paio di settimane dopo, prova a attraversare il confine con l’Ucraina, ma è un buco nell’acqua.

La famiglia inizia a riunirsi

Fin da quando la famiglia aveva lasciato Mogilev, Tamara – la madre di Sviatlana – non era riuscita a dormire. Ha perso peso a causa dello stress legato alla situazione. E non aveva idea di come sua figlia e i nipoti fossero arrivati al confine. Ma poi, Aleksey era riuscito a inviare un messaggio a uno dei suoi compagni di classe, menzionando che erano a Vilnius. Tamara aveva appreso rapidamente che la famiglia era stata costretta a separarsi.  

Durante il loro primo mese in Lituania, i tre minori restano con Olga. Successivamente, a partire da metà dicembre, vengono ospitati da diverse famiglie. Sono costretti a cambiare domicilio quattro volte. In più, vengono sballottati costantemente tra hotel, appartamenti e altre persone che se ne prendono cura.

«Abbiamo sempre sperato che nostra madre arrivasse presto», ricorda Aleksey, il più grande dei tre […] Tante persone diverse si sono occupate di noi. In questo senso, non ci siamo mai sentiti abbandonati, o bisognosi di qualcosa […] Ma c’era sempre questa sensazione di essere un outsider, c’era chi ci guardava dall’alto in basso perché parlavamo russo […] Mi sentivo triste … Non avevo amici … Nessun parente … E non conoscevamo chi ci ospitava».

Due ONG in particolare – Nash Som e Dopomoga – si prendono cura dei ragazzi. Pagano gli affitti, comprano cibo e vestiti e forniscono addirittura denaro per le spese correnti. Nello stesso periodo, Tamara è in uno stato di preoccupazione costante. Cerca di entrare in contatto con i nipoti.

«Mio nipote mi aveva aiutato a installare Telegram sul cellulare e gli attivisti mi hanno messo in contatto con i ragazzi […] Ho sempre pianto quando parlavo con loro. Era difficile usare Telegram, ogni volta che volevo fare una chiamata ci mettevo un’eternità. Non riuscivo a capire come accendere la videocamera, che tasti digitare… ». 

Poco prima del Capodanno, Sviatlana riesce a contattare sua madre. Le chiede di andare a Vilnius, cosa che farà un paio di giorni più tardi, l’11 gennaio. Tamara si ricorda che le tremavano le mani al momento del controllo del passaporto. Rispondendo alle domande sulle ragioni della sua visita, afferma di essere diretta a Druskininkai, un resort SPA lituano, per motivi di salute.

  • Tamara Kutkovich, la madre di Sviatlana Kutkovich © Denis Vejas

  • Tamara mostra i certificati scolastici di Alina (la più piccola delle figlie di Sviatlana), che ha appena terminato l'asilo © Denis Vejas

  • Tamara Kutkovich con la nipote Alina © Denis Vejas

A quel punto Sviatlana è ancora in Russia. Un rappresentante dell’Ufficio custodia minori la contatta. Le spiega che, per evitare la deportazione dei minori, deve procedere con un affidamento temporaneo in favore della nonna. E che i suoi figli avrebbero dovuto fare domanda per lo stato di asilo in Lituania. Altrimenti, sulla base degli accordi tra stati, le autorità sarebbero state obbligate a informare della permanenza dei ragazzi la controparte bielorussa. Potenzialmente, sarebbero potuti essere riportati in nel paese di origine.

Fortunatamente, Tamara aveva portato con sé i certificati di nascita dei suoi figli – così riesce a ottenere l’affidamento temporaneo. Grazie alla cooperazione degli ufficiali lituani, le pratiche amministrative vengono gestite rapidamente e senza intoppi.

Il cammino è ancora lungo

Con l’arrivo di Tamara a Vilnius, la situazione dei ragazzi migliora. Ma nel frattempo Sviatlana è stazionaria. Sono quasi tre mesi che è bloccata in Russia. Viene lanciata una campagna di crowd-funding per farle raggiungere l’Ucraina. In attesa di una buona occasione, decide di usare il suo tempo e i contatti che ha sviluppato durante il viaggio per aiutare altre persone del suo gruppo Telegram di Mogilev. Scrive nella chat per capire chi è riuscito a evitare l’arresto e potrebbe ancora aver bisogno di lasciare la Bielorussia.

Sulla base delle ricostruzioni di Sviatlana, dopo che lei ha lasciato Mogilev, la polizia avrebbe sequestrato i passaporti di otto persone che avevano preso parte nel flash-mob dei manichini, rendendo impossibile la loro fuga. Secondo Yulya si è trattato di un atto più unico che raro. La legge prevede che i motivi per la confisca di documenti siano la permanenza in prigione o in un ospedale psichiatrico. Nel caso specifico non è stata fornita alcuna spiegazione ufficiale. A ogni modo, quando accade tutto ciò è febbraio – poco prima della convocazione dell’Assemblea popolare bielorussa uno dei più importanti raduni della classe dirigente nel paese che si tiene ogni 5 anni. Nelle settimane che precedono l’evento, il numero di arresti raggiunge nuovamente un picco: è il tentativo di una purga totale dell’opposizione. 

Connecting the dots

Vasil Navumau:

Esperto di movimenti di protesta e politica bielorussi, ricercatore presso il Center for Advanced Internet Studies

Cosa può riaccendere le proteste in Bielorussia?

In questi giorni le proteste antigovernative in Bielorussia non sono sicuramente così accese come in autunno: decine di persone marciano ancora sporadicamente lungo i centri urbani, ma questo non accade più così spesso. La causa è da ricercare nella dura repressione dello Stato, che sta tentando di spegnere sul nascere ogni forma di dissenso.

A questo si aggiunge il continuo sostegno organizzativo, informativo ed economico – anche se quest’ultimo è apparso più limitato – al regime di Lukashenko da parte della Russia. Nonostante questo, il consolidamento della posizione della comunità internazionale sulla questione bielorussa è un punto di partenza cruciale per il rinascere delle azioni collettive.

In un contesto del genere appare complicato continuare nelle attività di protesta, anche se la spinta al dissenso è ancora piuttosto viva, come dimostra il numero di iniziative civiche che si sono moltiplicate in seguito alle proteste dell’autunno e dell’inverno scorsi.

Lanciate dagli attivisti di base, le iniziative sono dedicate a vari argomenti: dalla documentazione delle torture al sostegno alle vittime della repressione, fino alle attività educative e al trasferimento all’estero.

Il quartier generale di Tikhanovskaïa, situato a Vilnius in Lituania, sta cercando di organizzare e mantenere attivi i canali di comunicazione con i manifestanti, le loro iniziative e i centri urbani. Da Vilnius organizzano periodicamente riunioni online sulle priorità e sui problemi, discutendo sulle strategie per difendere gli interessi dei bielorussi nel contesto internazionale.

La squadra di Tikhanovskaïa, composta da “vecchi” esponenti (come Viacorka, Dabravolski) e da “nuove” figure dell’opposizione (Kavaleuski, Kuchynski, è legata a vari fondi che raccolgono risorse per aiutare le vittime delle repressioni e li distribuiscono tramite moneta digitale decentralizzata. Il team diffonde raccomandazioni strategiche (documenti di lavoro e newsletter) e dichiarazioni alle istituzioni dell’Unione europea.

Nonostante in questa fase sia difficile fare previsioni sugli sviluppi futuri, il lavoro dell’ufficio di Tikhanovskaïa e le iniziative civiche spingono verso un’ulteriore delegittimazione del regime sulla scena internazionale e per l’introduzione di ulteriori sanzioni.

Di conseguenza, alcuni dei funzionari pubblici più competenti hanno lasciato il paese, come ad esempio l’ex ministro della Cultura Pavel Latushko, lasciando il regime di Lukashenko senza le necessarie competenze nel processo di policy-making e quindi soggetto a gravi errori. L’uccisione di Roman Bondarenko, l’arresto di Roman Protassevich e il recente tentativo di far rientrare forzatamente Tikhanovskaïa dai Giochi Olimpici di Tokyo ne sono alcuni esempi. Tutto questo crea le condizioni per il risorgere delle proteste, appena il livello delle repressioni diminuirà o verrà commesso un altro errore.

Yulya, l’amica di Sviatlana, è una delle prime a scappare. Era già stata arrestata diverse volte, e il giorno che decide di partire, la polizia passa a casa sua ben quattro volte, bussando alla porta in maniera aggressiva. Yulya fugge con indosso abiti maschili, gli affetti in una busta della spazzatura. Segue le tracce di Sviatlana, da Vitebsk alla Russia, fino al punto esatto dove si nasconde la sua amica. 

«Non mi scorderò mai i suoi occhi quando sono andata a prenderla. Erano spalancati e sembrava che le occupassero l’intero viso. Il volto era grigio, le mani tremavano. Visto che non aveva nulla, nemmeno uno spazzolino, l’abbiamo caricata e portata a comprare delle cose. Te lo immagini? Scappare con una busta della spazzatura con giusto un paio di cambi?», racconta Sviatlana.

Durante i tre mesi passati nascosta, insieme ad altri attivisti bielorussi, lituani e russi, Sviatlana aiuta tante persone a scappare verso l’Europa, incluso il resto della famiglia di Yulya. Poi, a marzo, il network di attivisti riesce a raccogliere il denaro che serve per pagare il viaggio di una persona dalla Russia in Ucraina. Di solito, i trafficanti chiedono tra i 1,500 e i 1,800 euro per un’operazione del genere. Yulya non ha con sé il passaporto, il che rende la sua permanenza in Russia più pericolosa. Per questo motivo è lei a partire all’occasione.    

«L’inseguimento è stato come una partita di Need for Speed quando scappi dalla polizia, correndo a 150km/h attraverso i campi, nel buio»

Ma servono due tentativi per farle attraversare il confine. Durante il primo Yulya viene avvistata insieme alle guide e due altri cittadini bielorussi dagli ufficiali russi. Le guardie aprono il fuoco con le pistole a salve. Secondo i protocolli, è obbligatorio puntare in aria, ma secondo il racconto di Yulya gli spari sono diretti su di loro. «L’inseguimento (Yulya tenta di attraversare il confine in macchina, ndr.) è stato come una partita di Need for Speed (videogioco di gare automobilistiche, ndr.), quando scappi dalla polizia, correndo a 150km/h attraverso i campi, nel buio. È stato pauroso, siamo stati fortunati ad avere una macchina a quattro ruote motrici fatta apposta per quelle condizioni». Alla fine, i trafficanti riescono a seminare le guardie e Yulya riesce a fuggire. 

Il secondo tentativo, un paio di giorni più tardi fila liscio. E Yulya riesce a farsi strada fino a Kiev dove si riunisce con suo marito e i tre figli, tutti in attesa per lei.

Sviatlana ripete lo stesso percorso due settimane dopo. Nel suo caso però il passaggio avviene interamente a piedi, insieme a due guide. Si mettono in cammino alle 05:00 del mattino e dopo tre ore raggiungono la prima cittadina ucraina. I panni sono zuppi a causa del passaggio attraverso la foresta e i campi, così si cambiano prima di continuare il viaggio che si conclude a Kiev. 

Le due settimane che seguono, Sviatlana le passa con Yulya e la famiglia di questa ultima. Cercano di capire in che modo raggiungere l’Europa. Yulya va dalla polizia, affermando di aver perso il passaporto. Ottiene un form che porta all’ambasciata bielorussa, richiedendo un documento temporaneo che le permetta di tornare a casa. «Quando sono andata all’ambasciata mi conoscevano già. Ho visto una fotocopia del mio passaporto e ho sentito un ufficiale fare una chiamata al Servizio di sicurezza nazionale, notificando la mia presenza. Poi hanno silenziato tutto, così non ho potuto ascoltare. Ho pensato di scappare, ma era chiaro che non sarebbe stato possibile. C’erano otto guardie e un alcune persone in abiti civili. Ho sperato che Sviatlana e altre persone fuori dall’edificio, inscenassero qualcosa per non farmi portare via. Ma in maniera del tutto inattesa, mi è stato dato il documento e mi è stato chiesto quando sarei partita. Ho detto “oggi stesso”». Il documento permette a Yulya di acquistare un biglietto d’aereo per Minsk con scalo a Varsavia. Così scende dal volo in Polonia e fa domanda d’asilo. La famiglia la raggiunge poco dopo. 

Sviatlana invece lascia Kiev e atterra a Vilnius il 20 maggio – ad oggi, preferisce non spiegare come sia riuscita a salire sul volo. «Devi sempre pensare alle persone che faranno lo stesso percorso. Se rivelassi queste informazioni il passaggio si potrebbe chiudere». 

L’intera famiglia attende all’aeroporto. Sono passati sei mesi da quando si sono visti l’ultima volta. «I miei figli erano felici, soprattutto la più piccola. Il più grande – Aleksey – è cambiato molto. Ho lasciato un ragazzo e ho ritrovato un uomo, con voce bassa e barba». 

  • Sviatlana e suo figlio Aleksey, presso il lago di Lentvaris © Denis Vejas

  • Taisya - la figlia più grande di Sviatlana. Secondo Svetlana, il cambio di vita ha avuto un impatto positivo su Taisya © Denis Vejas

  • Sviatlana Kutkovich insieme a sua figlia Alina nella loro nuova casa, a Lentvaris, in Lituania © Denis Vejas

Oggi, la famiglia attende lo status di rifugiati politici. Il 12 settembre, Tamara e i ragazzi conosceranno il loro destino. Quello di Sviatlana sarà chiaro più tardi. Visto che non le è permesso di lavorare dedica il tempo al volontariato. Utilizza i contatti che si è creata durante il viaggio, fa da ponte tra chi vuole fuggire e chi può aiutare. Oltre a tutto ciò, segue anche un corso di informatica, uno di lingua lituana e ha fatto domanda per una borsa di studio dell’Accademia della Marina. 

«Vorrei augurare pace e cooperazione a tutta la diaspora, perché soltanto attraverso l’aiuto reciproco siamo in grado di sostenerci. Nel mio caso, il supporto è arrivato da tutte le parti […] Un piccolo contributo da parte di ognuno può significare molto per il destino della persona che riceve. Se non avessi goduto del sostegno di tante persone, la mia storia non sarebbe stata possibile. Bysol mi ha aiutato a fuggire, Natalya Kolegova, Dopomoga e Nash Dom hanno aiutato la mia famiglia pagando l’affitto e comprando viveri, ecc.. Volontari dai Paesi Bassi hanno pagato il biglietto di aereo per me e mia madre. […] I volontari in Russia sono di un altro pianeta. Hanno aiutato me e Yulya mettendosi a completa disposizione, spendendo soldi di tasca loro. […] La cosa più importante è l’unità. Quando una diaspora lavora insieme, quando le ONG colaborano, possiamo ottenere molto».

  • Sviatlana e la famiglia Kutkovich ritratti davanti alla loro nuova casa © Denis Vejas

Oggi Sviatlana, sua madre e i suoi figli vivono in una casa dai muri bianchi che condividono con un’altra famiglia lituana. Il loro appartamento è pieno di vita; i ragazzi vengono raggiunti spesso da amici originari del posto e bielorussi. Si trovano a Lentvaris, a 40 minuti da Vilnius. Molte famiglie bielorusse si sono stabilite qui dopo aver lasciato il loro paese. «Poco dopo che siamo arrivati qui, abbiamo conosciuto i vicini. Anche loro sono bielorussi, ma la loro storia è diversa. Sebbene i loro genitori non siano stati arrestati, il padrino sì», dice Taisya, la figlia maggiore di Sviatlana

In Bielorussia Sviatlana ha diverse accuse criminali pendenti legate al flash-mob dei manichini. Ufficialmente, è accusata di “hooliganism aggressivo, atteggiamento che clinicamente e nichilisticamente nega le norme e gli ideali della società, insulti al Presidente”. Circa 30 persone erano nel gruppo Telegram attraverso il quale era stata organizzata la manifestazione. Tre di loro sono stati condannati ad altrettanti anni di carcere. Sette sono fuggiti dal paese. Il resto non è stato identificato dalle autorità e vivono ancora a Mogilev. 

In Bielorussia, l’opposizione a Lukashenko continua a essere perseguitata. Il 23 maggio scorso, il giornalista in esilio Roman Protassevitch è stato arrestato all’aeroporto di Minsk dopo che il suo volo per Vilnius è stato dirottato. Da allora è nelle mani delle autorità. Il 6 luglio un altro leader dell’opposizione e candidato alla presidenza, Victor Babariko, è stato condannato a 14 anni di carcere per corruzione e riciclaggio. Il giorno prima, il 5 luglio, l’Inviato delle Nazioni Unite ha richiesto il rilascio immediato di 530 prigionieri politici.

Questo reportage biografico è stato prodotto in partnership con Nara, un collettivo giornalistico con base a Vilnius.

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