Da una guerra all’altra (Parte II)

04/01/2024

Marsiglia, 20 dicembreIl 18 ottobre ho incontrato mia sorella e mia figlia al porto vecchio di Marsiglia. Il tempo era bello, c’era una brezza leggera. Avevano una bandiera palestinese che svolazzava nell’aria. Erano felici, così le ho fotografate.Proprio lì era stata annunciata una manifestazione per Gaza, che poi era stata vietata e infine – pensavamo – autorizzata (in realtà la manifestazione era stata vietata, come la maggior parte dei raduni a sostegno della Palestina in Francia nelle settimane successive agli attentati del 7 ottobre e dopo i primi bombardamenti sulla Striscia di Gaza, ndr). Siamo quindi arrivate al punto d’incontro con un po’ di anticipo. Non c’era quasi nessunɜ, solo turistɜ e passanti. All’improvviso, decine di poliziottɜ ci hanno circondate e portate via, tutte e tre. Abbiamo trascorso le ore successive sotto la custodia della polizia.Per me è stato uno shock. Ho gridato come non avevo mai gridato prima. Tutta l’ingiustizia che sento nel mio corpo a causa di ciò che sta accadendo a Gaza è esplosa nella mia voce. L’ingiustizia della solitudine che viviamo qui come palestinesi: ci sentiamo solɜ al mondo.Ho detto che l’arresto è stato uno shock, ma ad essere onesta, tutto ciò che sta accadendo in questo momento è uno shock per me.Sono palestinese, anche se non ho mai vissuto in Palestina. Mio padre e ɜ miɜ nonnɜ sono statɜ espulsɜ dalla Palestina al tempo della Nakba (la parola araba per catastrofe che si riferisce all’esodo forzato del 1948 di circa 700.000 palestinesi, ndr). Sono nata e vissuta in Siria, a Yarmouk, nel campo profughi palestinese di Damasco. Lì ho insegnato fisica e chimica per 20 anni e lì ho dato alla luce ɜ miɜ figlɜ.Fin dall’inizio della rivoluzione siriana ho preso parte alle proteste. Ho partecipato a discussioni e manifestazioni con le mie amiche siriane. Per mia fortuna, non sono mai stata arrestata.Con il passare dei giorni, la rivoluzione si è trasformata in guerra. La situazione era diventata troppo pericolosa. Unɜ dopo l’altrɜ abbiamo preso un biglietto per l’Egitto. I miei fratelli, le mie sorelle, mia madre, ɜ miɜ figlɜ e io… tutta la famiglia è partita, tranne mio padre. Non voleva lasciare la sua casa una seconda volta. Tuttavia nel dicembre 2012, quando l’esercito ha bombardato il nostro quartiere, si è unito a noi.Nessunɜ di noi aveva intenzione di rimanere in Egitto per molto tempo. Avevamo comprato dei biglietti di ritorno. Pensavamo di tornare alla caduta di Bashar. Ma Bashar non è caduto e non siamo ancora riuscitɜ a tornare.Quando sono arrivata in Francia nel 2013, visto che la situazione stava diventando tesa per ɜ rifugiatɜ palestinesi in Egitto, non ho parlato per un mese. Mi sentivo terribilmente in colpa per essere partita e aver lasciato là le altre famiglie siriane. Mi sono sentita una traditrice. Ero sopraffatta dalla tristezza. Poi, a poco a poco, ho fatto in modo che le cose andassero meglio per ɜ miɜ figlɜ.Qui in Francia, da dieci anni, continuo ad aiutare il popolo siriano e palestinese come posso. Organizzo o partecipo alle azioni, alle serate di sostegno, ai raduni, agli eventi culturali… E le cause palestinesi e siriane non sono le uniche in cui sono coinvolta. Sento e sostengo ogni grido rivoluzionario. Ciò significa che se le persone hanno bisogno di me e io posso aiutarle, lo faccio.Infatti, quando sono arrivata in questo Paese, ogni volta che ho manifestato per il lavoro, la pensione o altri diritti, sono stata felice. Ho marciato con migliaia di altre persone per le strade di Marsiglia, non avevo mai visto nulla di simile. Mi sono detta: Questa è libertà. Poi ho capito che il governo non ascoltava tutte le voci della protesta, e che la polizia poteva trattarle male.Oggi, dentro di me, sono depressa e arrabbiata. Io e la mia famiglia siamo venutɜ qui a vivere in esilio per avere più libertà e democrazia, e ora ogni tanto pensiamo di andarcene. Ma sappiamo che ovunque andremo saremo trattatɜ in modo diverso dallo Stato, saremo trattatɜ come palestinesi.

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