Nei bagni termali bulgari, sono le persone anziane a lottare contro la privatizzazione dell’acqua

07/12/2023

Giornalista:

Constant Léon

Fotografa e traduttrice:

Iskra Ivanova

fotografa:

Gergana Encheva

L'accesso all'acqua è diventato ovunque una questione centrale. A Varna, in Bulgaria, questa battaglia si combatte nei bagni termali pubblici e sul lungomare. E a farlo sono ɜ pensionatɜ.

A Varna, terza città della Bulgaria e rinomata località balneare, residentɜ e turistɜ russɜ e bulgarɜ si incontrano per godersi le sue acque termali. Dal marciapiede del lungomare, il rumore delle chiacchiere si mescola al suono delle onde. Bisogna chinarsi per scorgere i profili deɜ bagnanti nella “pozza”, “giol” in bulgaro, ossia gli ultimi bagni pubblici a cielo aperto della città, gratuiti e aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette.

ɜ bulgarɜ frequentano fin dai tempi dell’Unione Sovietica queste acque minerali, la cui temperatura supera i 37 gradi. Da bambino, Boyan Lyubenov ci andava con il nonno. Quando si è rotto il ginocchio, ha avuto il riflesso di tornarci. Videomaker originario di Varna, Boyan ha trascorso lì molti mesi con ɜ pensionatɜ, senza capire se l’acqua avesse davvero un valore terapeutico o se su di lui avesse funzionato l’effetto placebo. Come a voler influenzare le nostre riflessioni, una persona ci si avvicina con un asciugamano avvolto intorno alla testa. “L’acqua guarisce“, dice in bulgaro, prima di lanciare un’occhiata sospettosa al microfono e andare a fare la doccia.

  • © Iskra Ivanova e Gergana Encheva

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Mentre scende i gradini che portano alla pozza, lo sguardo di Boyan Lyubenov cade su un graffito impresso sul muro: “Doccia obbligatoria prima di fare il bagno“, si legge. Il residente di Varna guarda i vestiti appesi ai ganci negli spogliatoi maschili e femminili. Alcunɜ bagnanti appoggiano i vestiti sugli alberi o li lasciano ad asciugare sul tubo dell’acqua calda che collega i bagni alla sorgente, in un piccolo capannone chiuso a chiave.

Lavare il comunismo con l'acqua termale

I bagni assomigliano a una doccia comunale all’aperto. La gente si lava i vestiti, alcune persone si fanno la barba e si spruzzano l’acqua di colonia, riparandosi sotto la grondaia. Tre nonni discutono animatamente di Israele e Palestina, a torso nudo, con le gambe immerse nell’acqua, guardando le grandi navi cargo che galleggiano sul Mar Nero.

Uno di loro si gira verso di noi, abbassando gli occhiali per fissarci. “Siete già statɜ all’Aqua House (uno dei centri termali a pagamento di Varna, ndr.)? Ci sarà pure questa combinazione di acqua minerale e marina, ma bisogna pagare 20 euro per rimanere per un giorno. Qui è gratis. Tutte le persone che non hanno quei soldi possono venire qui e godersela, capisci?”, esclama prima di tornare alla sua conversazione.

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Ma questo lusso alla portata di tutti potrebbe scomparire. Durante il suo ultimo mandato, il sindaco uscente, Ivan Portnih, voleva trasformare il giol in una piscina a pagamento. “Negli ultimi trent’anni, la deregolamentazione dell’economia ha favorito la concessione delle risorse naturali del Paese. Ora sempre più sorgenti vengono privatizzate per periodi prolungati“, osserva la dottoranda Slava Savova, che dal 2020 si occupa di terme e spa e segue da vicino gli sviluppi della loro gestione. Quasi ovunque in Bulgaria, l’acqua minerale che un tempo era accessibile a tuttɜ ɜ residenti viene ora imbottigliata o utilizzata nell’industria termale. Una tendenza che non è priva di conseguenze per la popolazione, come osserva la ricercatrice dell’Accademia bulgara delle scienze: “Questo priva le comunità dell’accesso a queste acque, coinvolgendo soprattutto quelle meno abbienti, che hanno bisogno della sorgente per fare il bagno e lavarsi. A Varna, anche se le fontane di acqua minerale esistono ancora, la pressione dell’acqua è ridotta o addirittura quasi a secco”.

"Nei musei non c'è molta gente, mentre c'è sempre la fila per bere l'acqua dalle fontane".

In Bulgaria, quando non sono privatizzate, le terme vengono spesso trasformate in musei, a volte con un grande impiego di denaro pubblico o di fondi europei per lo sviluppo del turismo regionale. “Nei musei non c’è molta gente, ma c’è sempre la fila per bere l’acqua dalle fontane”, osserva Slava Savova, sottolineando ancora una volta la scarsa considerazione del contesto locale di questi progetti. A suo avviso, questo è il risultato di una combinazione tra la “mancanza di competenza da parte di chi detiene il potere, la mancanza di strategia, alte probabilità di corruzione e talvolta il desiderio di evitare le proprie responsabilità una volta elettɜ“.

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Al di sotto della pozza, una persona si distende sulla spiaggia in costume da bagno. Dietro di lei, il tubo spruzza acqua calda sulla sabbia. Di tanto in tanto, una figura, con la pelle arrossata, si posa sotto il getto. Sul bordo della piscina, una nonna afferra un secchio di crema riciclata e si inzuppa il collo di acqua calda, che gocciola poi sulle sue infradito di plastica.

Boyan Lyubenov, seduto su una panchina, viene presto raggiunto da Iskra Ivanova, ballerina e coreografa, fondatrice del festival multidisciplinare Moving Bodies. Da bambina veniva ai bagni con la nonna, ai tempi in cui gli uomini e le donne erano separati, sulla spiaggia Eva. “Allora non c’era questa piscina di cemento, era davvero una fossa, una sorta di buco. La pressione del tubo dell’acqua calda era ancora più forte, il mio corpicino veniva spostato dall’acqua, mia nonna doveva trattenermi“. La coreografa ora porta regolarmente la figlia alle terme.

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Dalla scalinata d’ingresso, ci chiama Ventsislava Nedyalkova. Architetta e fondatrice dell’ONG Varna spaces, ci ha raggiuntɜ in bicicletta. Per lei, è necessario trovare un equilibrio tra la restituzione dello spazio pubblico aɜ cittadinɜ di Varna e il rendere il lungomare dinamico e attraente con i suoi ristoranti e negozi. Spera che la nuova squadra comunale, recentemente eletta, sia in grado di trovare dei compromessi senza cadere nella presunta corruzione della precedente amministrazione.

La battaglia deɜ pensionatɜ

Per un anno, Ventsislava Nedyalkova ha fatto una campagna per la pedonalizzazione del lungomare vicino alle terme, organizzando una proiezione pubblica del film “The Pitt” – è stato grazie a questo film, diretto da Hristiana Raykova, che anche io ho conosciuto le terme. Per diversi mesi, la regista ha seguito ɜ bagnanti dalla pozza alle loro case. Si incontra un immigrato russo che gestiva lo zoo del giardino botanico, ora chiuso; una sex worker che lavora di notte e vive in una cantina non lontana dalla sorgente. “ɜ bagnanti non erano molto contenti quando il film è stato proiettato per la prima volta, perché rivelava cose che erano abbastanza tabù“, dice l’architetta, riferendosi al lavoro sessuale mostrato nel film.

Nel documentario, si vedono anche ɜ pensionatɜ che presentano diverse petizioni e protestano davanti al municipio. All’epoca, nel 2014, era stata annunciata la vendita del terreno su cui si trovano le terme, nell’ambito di un piano di urbanizzazione del lungomare, nonché l’introduzione di un sistema di ingresso a pagamento. Portando cartelli con la scritta “salviamo la pozza deɜ pensionatɜ”, la maggior parte di coloro che oggi sguazzano pacificamente ha condotto per mesi una campagna per garantire che la loro piscina all’aperto rimanesse un bene pubblico.

La battaglia è andata a buon fine e ɜ pensionatɜ hanno potuto mantenere il loro spazio di socializzazione gratuito. Ma su questo tema, l’attenzione deɜ bagnanti verso la nuova squadra comunale, eletta nel novembre 2023, non si è allentata. Come sottolinea Ventsislava Nedyalkova, i bagni appartengono allo Stato, su mandato della Regione, quindi è impossibile privatizzarli. Inoltre, le terme si trovano in un’area protetta per evitare la contaminazione dell’acqua di sorgente. Ma nulla vieta l’introduzione di un ingresso a pagamento.

"A Varna ci sono deɜ vigliacchɜ che dicono di voler chiudere la pozza. Nessunɜ al municipio vuole occuparsene...".

Iskra Ivanova si avvicina a un gruppo di anziani che giocano con fervore una partita a belote. Asso di picche! Diverse persone si posizionano dietro ai giocatori per commentare e dare consigli, senza prendere parte al gioco. Uno di loro spiega, continuando a giocare e a fumare: “Vi dico io com’è. A Varna ci sono deɜ vigliacchɜ che dicono che chiuderanno la pozza, per far sì che nessuno la compri, ci faccia qualcosa e la trasformi nell’ennesimo hotel di lusso, come quelli che sono già stati costruiti sulla costa dalla fine del periodo sovietico. Nessunɜ in municipio vuole occuparsene… e chi pagherà ɜ bagninɜ?” In questi bagni, l’uomo ci assicura, carte alla mano, che sono ɜ volontarɜ a ridipingere le pareti e il tetto, a raccogliere i soldi per riparare le panchine e le docce o per comprare le scope. “Non è un problema nemmeno fare le cose per bene, se non fosse che quando il municipio verrà coinvolto, farà pagare l’ingresso! E se la gente non potrà pagare, smetterà di venire“, predice.

La squadra di pensionatɜ si riunisce ogni quindici giorni al mattino per pulire la piscina dalle alghe accumulate. Quando chiediamo esattamente quale giorno, rispondono: “Le scope sono laggiù, potete farlo anche voi”. E poi: “Possiamo continuare a giocare ora?”

  • © Iskra Ivanova e Gergana Encheva

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Nella pozza, una donna offre semi di girasole salati. “Qui siamo un piccolo gruppo, siamo ben educatɜ, abbiamo una cultura solida. Non ci sono mai problemi perché manteniamo l’ordine. Facciamo delle osservazioni, e se non vengono rispettate, sei fuori“, aggiunge con tono deciso, osservando qualcuno che ripara uno dei due orologi del locale, fermo da una settimana alla stessa ora. Tra le docce e gli spogliatoi, vicino agli specchi attaccati al cemento, qualcunɜ ha scritto su un pezzo di cartone DHL: “Ho dimenticato qui il mio costume da bagno nero il 10 ottobre. Per favore, chiamate questo numero per farmelo recuperare“.

Non sono in moltɜ a voler dare il proprio nome qui. Quando chiediamo loro il perché, si sottraggono. “Vogliono solo essere lasciatɜ in pace dopo le proteste“, dice Boyan Lyubenov, prima di lasciare i bagni, seguito da Ventsislava Nedyalkova.

  • © Iskra Ivanova e Gergana Encheva

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Dal tubo dell’acqua calda, Iskra Ivanova sospira mentre mi mostra l’orizzonte. Sul lungomare, dopo la pozza, vicino al porto, quella che doveva essere un’area ricreativa si è trasformata in un gigantesco parcheggio. “Molte persone più anziane di me cercano di fuggire dal presente, dove tutto è commercializzato e privatizzato, e vedono che anche moltɜ giovani si sentono persɜ“, dice.

Al telefono, Slava Savova riflette. La situazione della corruzione e della privatizzazione del litorale è complessa. Il processo è simile sul resto della costa bulgara e anche su scala post-sovietica. “Il valore dell’acqua ha risvegliato gli interessi politici dopo la transizione degli anni ’90. La vendita di queste risorse a privati, operatori idrici o ristoranti, è una risorsa per fare cash rapido. Tutto è legale sulla carta“, spiega.

Il caso del lago di Varna

Di fatto, per molti anni ɜ politicɜ di Varna hanno messo in pericolo la popolazione. Vicino alle terme, il giornalista investigativo Spas Spasov racconta con precisione un caso a cui ha lavorato per molti anni, quello del lago di Varna, che ora è oggetto di un’indagine seguita dalla procura bulgara. “Abbiamo creato una bomba a orologeria nel lago di Varna, che alla fine è esplosa nel 2019“, riassume il giornalista di Economedia, responsabile delle rivelazioni che hanno portato allo scandalo. Varna è nota in tutto il paese per essere un centro di corruzione grazie a una triade di oligarchi, chiamata TIM. L’ex sindaco di Varna, affiliato alla TIM, che voleva imporre il pagamento all’accesso per i bagni pubblici, è anche al centro di un progetto europeo che si è trasformato in uno scandalo ambientale.

Il quartiere di Aspakhuovo è separato dal resto della città da un canale navale che collega il lago di Varna al Mar Nero. Circa 25.000 famiglie, composte ognuna in media da tre persone, vivono in questa parte della città. Tra il 2009 e il 2011, grazie ai finanziamenti del programma ISPA dell’Unione europea, lo Stato bulgaro ha costruito un tubo per collegare Asphakhuovo a un impianto di trattamento delle acque reflue situato dall’altra parte del lago, a tre chilometri di distanza. Il costo del tubo è stato di circa 5 milioni di euro.

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Il problema principale di cui mi sono occupato negli ultimi quattro anni è stato il modo in cui è stato costruito questo tubo“, racconta Spas Spasov. Doveva essere sepolto a sette metri di profondità in una trincea prima di essere ricoperto. L’intera costruzione è stata realizzata dal Ministero dell’Ecologia bulgaro. “Nel 2015 la costruzione è stata completata e il comune di Varna è diventato proprietario del tubo“, ripete il giornalista. Nello stesso anno, una barca che attraversa il lago getta la sua ancora, che si incaglia su qualcosa in fondo al lago e non può più essere recuperata. “Secondo le norme, il sindaco ferma l’imbarcazione per stimare l’entità del danno. Due giorni dopo, la rilascia senza che nulla succeda“, spiega Spas Spasov in francese. Il 20 agosto 2019, accidentalmente, un’altra barca rompe la tubazione. Le acque reflue dell’intera area di Asparuhovo si riversano nel lago.

Il 20 agosto 2019, accidentalmente, una terza imbarcazione rompe il tubo. Le acque reflue dell’intero quartiere di Asparuhovo si riversano nel lago. Poco dopo si sarebbero svolte le elezioni comunali. L’ex sindaco si candida e vince il suo secondo mandato. Spas Spasov, che ha iniziato a indagare sul caso nell’aprile del 2020 e ha scoperto che il tubo non era stato interrato come previsto, ricorda: “Per oltre dieci mesi il sindaco non ha detto nulla. Non poteva rivelare l’incidente durante la campagna elettorale. Per oltre dieci mesi, più di tre milioni di metri cubi di acque reflue si sono riversati nel lago di Varna“. L’inquinamento del lago ha causato la morte di molti pesci, che si sono riversati sulle spiagge, e ha causato un’invasione di alghe in tutta la baia di Varna. “L’inquinamento è diventato visibile dai satelliti che monitorano il Mar Nero. È stato probabilmente il più grande episodio di inquinamento nel Golfo di Varna degli ultimi anni“, spiega.

“Se c'è un finanziamento per il progetto, tutti i fondi vengono spesi e il progetto non viene eseguito secondo i piani, significa che una parte è finita nelle tasche di qualcunɜ.”

Iniziano allora i lavori per riparare il tubo. Tre volte, ma senza successo. Il sindaco di Varna e la sua squadra continuano a nascondere l’inquinamento di un lago dove la gente pesca e fa il bagno. “Nel lago si coltivano e si raccolgono cozze, che si nutrono del filtraggio dell’acqua. Sono le stesse che si mangiavano qui nei ristoranti di questo lungomare, senza sapere che ci fosse un tale inquinamento“, esclama Spas Spasov.

Tuttavia, prima della costruzione del tubo, lɜ ingegnerɜ avevano già previsto che i fondali sarebbero stati difficili da scavare a causa dello spesso strato di rocce presenti sott’acqua, e che quindi il progetto non avrebbe potuto essere realizzato secondo i piani proposti alla Commissione europea. “Ciononostante, una commissione composta da 11 persone, rappresentanti elettɜ del municipio, rappresentanti delle istituzioni e rappresentanti di tre ministeri, ha firmato il protocollo che dichiarava che il lavoro era stato svolto secondo i piani originali“, spiega il giornalista. Spas Spasov lascia all’inchiesta bulgara e all’inchiesta europea in corso il compito di determinare le implicazioni precise dell’ex sindaco e dei membri della commissione nel disastro. “Sicuramente si tratta di un atto di corruzione. Se c’è un finanziamento per il progetto, tutti i fondi vengono spesi e il progetto non viene eseguito secondo i piani, significa che una parte è finita nelle tasche di qualcunɜ“.

Ispirarsi ai bagni

Ritornando alla pozza, si unisce a noi la fotografa Avela Almond, originaria di Varna e ora residente in Germania. Spesso accompagnava Christo, un amico che si recava alla pozza per fotografare i bagnanti. I vapori mattutini emanati dalle acque termali e le loro ombre hanno ispirato le sue prime emozioni estetiche durante la sua infanzia. “Questo posto è un universo a sé, è un universo dentro un universo. Le persone che ci vanno creano la loro comunità in un tempo fuori dal tempo“, descrive.

Lungo il lungomare, osserva il trenino per i turisti, l’unico veicolo rimasto sul lungomare. “Quella strada era selvaggia quando ero una bambina. Era un posto senza negozi, senza caffè, come adesso. Sentivo che c’era un’atmosfera diversa. È come se la promenade si fosse trasformata. È stata trasfigurata dalle successive privatizzazioni della costa, cementata per costruirvi una serie di ristoranti. Com’è andata la commercializzazione del lungomare? Io mi aspettavo che non succedesse nulla tra la mia infanzia e il mio ritorno qui. Questo rovina l’accesso al mare“.

  • © Iskra Ivanova e Gergana Encheva

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Di fronte ad Avela Admond, Iskra Ivanova cerca un po’ di speranza. La trova nell’umidità del giol: “Una società può lottare per sfide più grandi, proprio come queste persone lottano per mantenere l’accesso ai bagni. Possiamo seguire questo modello per ottenere ulteriori cambiamenti nella nostra società, o almeno nella gestione urbana“, conclude. L’uomo con l’asciugamano in testa, quindi, diceva la verità: l’acqua dei bagni di Varna guarisce chi vuole lottare per il bene comune.

Connecting the dots

Nicolas:

membro del Citizens'movement of Paros

Liberare le spiagge

Il 13 agosto 2023, la spiaggia di Monastiri, sull’isola greca di Paros, è stata teatro di un’attività insolita. C’erano più di 600 cittadine e cittadini. La spiaggia fa parte del Parco ambientale e culturale di Paros, che si trova su una penisola di proprietà della municipalità, e da questa è gestita.

L’obiettivo originario del parco era quello di fornire un servizio sociale e promuovere il turismo culturale e sostenibile nelle isole dell’Egeo. Tuttavia, la spiaggia e le sue strutture erano state affittate a una società commerciale. Questa, innanzitutto, ha trasformato il carattere del luogo in “lifestyle deluxe” e ha occupato quasi tutta la spiaggia con sdraio e ombrelloni, senza lasciare spazio alla gente che non vuole noleggiare i lettini. Eppure la legge prevede che almeno la metà di ogni spiaggia sia preservata come spazio pubblico, ed è anche quel che prevede la concessione legale che copre meno della metà della spiaggia.

Domenica 13 agosto, il punto d’incontro era stato fissato nell’anfiteatro del Parco. Un gran numero di abitanti dell’isola e di residenti a tempo parziale si erano riuniti lì. Dopo vari discorsi e discussioni per definire i nostri obiettivi, è stata formata una catena umana per segnare il contorno della superficie legalmente concessa, rivelando così la superficie occupata abusivamente.

ɜ clienti che avevano noleggiato le sdraio hanno reagito bene a questa dimostrazione, alcunɜ addirittura scusandosi per non essere a conoscenza della situazione o chiedendoci di venire a occuparci anche delle loro spiagge, soprattutto ɜ visitatorɜ italianɜ! Naturalmente, ɜ gestorɜ, da parte loro, hanno cercato di convincerci della legalità delle loro installazioni, senza riuscire a documentarla.

Questa manifestazione non è stata l’unica a svolgersi a Paros quest’estate. Noi – il Movimento deɜ cittadinɜ di Paros – abbiamo organizzato azioni simili su varie spiagge ogni domenica. ɜ residenti di altre isole greche hanno seguito l’esempio. Di fronte a questa mobilitazione, ɜ legislatorɜ sono statɜ costrettɜ a reagire. Oggi, molte concessioni potrebbero essere revocate e stiamo monitorando da vicino i nuovi regolamenti e i meccanismi di controllo in fase di elaborazione. La situazione sulle spiagge del Mar Egeo non sarà più la stessa e, soprattutto, ɜ cittadinɜ potrebbero aver preso coscienza del loro potere.

Personalmente, come moltɜ altrɜ, mi sono impegnato in questo movimento sapendo che rivelare gli abusi sulle spiagge – che sono facili da documentare e quindi da provare – era un punto di partenza per rivelare molti altri abusi che stanno degradando la qualità della vita deɜ cittadinɜ. E non potremo porvi fine senza una pressione dal basso.

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