window.dataLayer = window.dataLayer || []; function gtag(){dataLayer.push(arguments);} gtag('js', new Date()); gtag('config', 'G-XZCLKHW56X'); In Ucraina, la minoranza ungherese cerca di difendere la propria identità - Ereb

In Ucraina, la minoranza ungherese cerca di difendere la propria identità

08/03/2022

Giornalista:

Thomas Laffitte

Fotografa:

Clara Marchaud

Tra le politiche nazionaliste di Kiev e i tentativi di strumentalizzazione da parte di Mosca, gli ungheresi della Transcarpazia ucraina si stanno mobilitando per preservare la loro identità e le loro tradizioni.

A Berehove, la città più ungherese dell’Ucraina, è meglio portare due orologi al polso: uno per sapere l’ora di Kiev, l’altro per quella di Budapest. Perché in Transcarpazia, la regione del sud-ovest del paese, i membri della minoranza magiara vivono tutti, senza eccezione, all’ora ungherese. «È vero che a volte può creare piccoli problemi, ma è sempre stato così», afferma Norbert Bence mentre sorride. Avvolto nel suo cappotto, questo 26enne dottorando in fisica sfida il freddo di gennaio, sia per fumare una sigaretta, che per accogliere i partecipanti al suo seminario in una pensione non lontano dal centro della città. Una ventina di giovani della Transcarpazia, la maggior parte dei quali studenti di fisica, filologia o storia, sono venuti a scambiarsi opinioni sui problemi che affrontano in quanto ungheresi dell’Ucraina. «Durante questo fine settimana, creeremo un’associazione il cui obiettivo è conservare le tradizioni ungheresi», spiega Norbert, pieno di entusiasmo. La maggior parte dei partecipanti sono studenti della capitale regionale Uzhgorod, a 70 chilometri di distanza. La comunità ungherese in Transcarpazia non è molto grande, quindi, al netto di qualche grado di separazione, si conoscono un po’ tutti.

In questa regione, che faceva parte del Regno d’Ungheria fino alla Prima guerra mondiale, circa un decimo della popolazione si identifica come ungherese – ovvero tra i 100.000 e i 150.000 abitanti. Dopo la separazione dall’Ungheria e alla luce del trattato di pace del Trianon del 1920, la Transcarpazia è passata da un paese all’altro, al ritmo di guerre e conquiste: prima Cecoslovacchia, poi Unione Sovietica e ora Ucraina, indipendente dal 1991. Ma anche se le autorità di riferimento e i passaporti sono  cambiati spesso, gli abitanti sono rimasti gli stessi.

Per i giovani ungheresi come Norbert che sono venuti a Berehove – o “Beregszázs” in ungherese -, per il seminario, non c’è mai stato nient’altro che l’Ucraina. Il giovane dalla corporatura robusta  nasconde uno sguardo sicuro dietro a un paio di occhiali neri. È cresciuto nel vicino villaggio di Betove e come molti dei suoi coetanei, ha studiato all’Università di Uzhgorod. Ma ha anche soggiornato all’estero per guadagnarsi da vivere. «Ho lavorato per qualche mese come lavapiatti in un ristorante cinese a Belleville (quartiere di Parigi, ndr.)». I suoi fratelli, partiti prima di lui, gli avevano trovato il posto nella Capitale francese. Norbert ha una buona padronanza dell’ucraino, a differenza di molti giovani ungheresi che comprendono la lingua a malapena.

  • Norbert, 26 anni, è un dottorando in fisica. Dopo un soggiorno all'estero, è tornato nella sua nativa Transcarpazia e vuole impegnarsi nella vita della comunità. © Clara Marchaud

  • Le bandiere ucraine sono state installate ovunque a Berehove, il che infastidisce gli ungheresi. © Clara Marchaud

  • Alla stazione di Berehove, un annuncio in ungherese e ucraino per un posto di lavoro all'estero. © Clara Marchaud

  • Davanti alla casa europea dell'Ungheria a Berehove, sono state installate delle targhe commemorative. Una di esse presenta una citazione di Viktor Orbán: "Solo il paese ha confini, la nazione non conosce confini!”. © Clara Marchaud

«Cominciamo, abbiamo fino a mezzogiorno per risolvere i problemi della nazione», scherza il moderatore. Sándor, uno studente di 20 anni dell’Università di Uzhgorod, interviene subito: «In generale, non direi che le relazioni [tra ucraini  e ungheresi] sono buone. Nella vita di tutti i giorni, si percepiscono le differenze». 

I partecipanti del seminario parlano dei piccoli incidenti quotidiani che li esasperano: le prese in giro degli altri studenti ucraini all’università, i bar di Mukatchevo «dove non si parla ungherese» o le «provocazioni dei nazionalisti ucraini» che attaccano i simboli dell’identità ungherese. Per esempio, la statua del Turul – il leggendario uccello ungherese – a Munkatchevo è sempre sovrastata da una bandiera ucraina. Per loro non può che trattarsi di un’offesa. «Certo, di regola le cose vanno bene, ma sono le esperienze negative a lasciare il segno», dice Alexa, 19 anni, studentessa di filologia.

«Noi ungheresi non reagiamo alle provocazioni»

Gli studenti non esitano a condividere le loro sensazioni, nonché paure per il futuro. Un ragazzo menziona il timore di non poter evitare il servizio militare obbligatorio, cosa che, invece, la maggior parte dei giovani ucraini riesce a fare (Questo reportage è stato realizzato prima dell’invasione russa dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022). Ognuno ha una storia da raccontare quando si tratta di discutere le coercizioni da parte delle autorità ucraine. «Abbiamo sentito molte storie di giovani ungheresi costretti a entrare nell’esercito. E ora stanno progettando di arruolare anche le donne», esclama Alexa.

  • Sándor, 20 anni, nota con una certa amarezza sia le difficoltà economiche del suo paese sia le relazioni talvolta tese tra la minoranza ungherese e gli ucraini. © Clara Marchaud

  • Gli studenti al lavoro durante il seminario. © Clara Marchaud

  • Gli studenti usano i post-it per discutere dei problemi attuali della regione e le soluzioni da trovare: dalle cattive condizioni delle abitazioni, alla libertà di religione, passando per l'educazione. © Clara Marchaud

  • Norbert ha un ruolo essenziale nel garantire l’animazione del workshop. © Clara Marchaud

C’è tempo per una pausa e il giovane gruppo esce a godersi il sole che scioglie lo spesso strato di neve che si è accumulata per settimane. Norbert ha scelto un edificio di proprietà della chiesa cattolica locale per organizzare il seminario. Dalla strada, il passante può leggere in ungherese e in grandi lettere dorate “casa comunale e di pellegrinaggio”. Sul muro dell’edificio di fronte, un graffiti raffigura i due tridenti ucraini, l’emblema nazionale. Norbert fa spallucce: «Accade regolarmente. Noi ungheresi non reagiamo alle provocazioni. È esattamente ciò che vorrebbero i nazionalisti ucraini: innescare un circolo di violenza, dove le due parti si colpirebbero a vicenda», afferma, un po’ seccato alla vista del murale. «Le associazioni come la nostra mirano a ridurre le tensioni tra le comunità».

Il ritorno delle tensioni etniche?

Tornati tra i muri dello spazio che li ospita, i partecipanti ripercorrono gli ultimi anni di storia ucraina. Sándor ha percepito la rivoluzione e proteste di Euromaidan come una presa di potere da parte dei “nazionalisti”. «Dal 2014, tutto è cambiato: vogliono “ucrainizzare” tutto», dice. Sulla scia di Euromaidan, i governi successivi hanno perseguito politiche linguistiche volte a espandere l’uso dell’ucraino a tutto il paese. Nel 2017, il Parlamento ha approvato una legge che impone l’ucraino come unica lingua di insegnamento a partire dalla scuola secondaria.

Per tutto il gruppo riunito a Berehove, la norma rappresenta un boccone amaro da mandare giù. «Costringere gli studenti – che spesso parlano poco l’ucraino – a seguire tutte le lezioni, compresa la matematica e la fisica, in quella lingua è controproducente», spiega Norbert. Secondo lui, i madrelingua ungheresi dovrebbero essere in grado di continuare a studiare in ungherese, pur avendo un numero significativo di ore di ucraino come lingua straniera. «Per integrarsi, trovare un lavoro e avere qualche prospettiva economica, bisogna saper parlare l’ucraino a un livello sufficiente. Parlare affatto, o male, questa lingua è un ostacolo molto difficile da superare», rileva pragmaticamente. E non è l’unico a pensarla così nel gruppo.

  • Il tridente - simbolo ucraino - , è stato disegnato davanti all'edificio dove si svolge il workshop. Può essere notato tra l’albero e la macchina. © Clara Marchaud

  • Sándor mostra un video in cui si possono osservare le conseguenze di un atto violento e provocatorio da parte dei nazionalisti ucraini. © Clara Marchaud

  • Sull'edificio della stazione di Berehove, la "o" finale è stata sostituita da una "e". In russo, il nome della città si scrive "Berehovo". © Clara Marchaud

Per Norbert, è importante dimostrare una volontà di integrazione, anche per non dare spago a chi alimenta certe accuse. «Gli ucraini hanno davvero paura del separatismo ungherese», afferma rampante Sándor. Uno dei principali leader della minoranza ungherese, László Brenzovics – che è anche il leader di uno dei partiti politici magiari -, è accusato, dal 2020, di “alto tradimento” e “separatismo”. Da allora è fuggito a Budapest. Tuttavia, il governatore dell’oblast (termine che indica un’unità amministrativa simile al concetto di “regione”, ndr.), Viktor Mykyta, ritiene che non ci siano tensioni tra le due comunità. Secondo Mykyta, la responsabilità delle scaramucce è la Russia, che cerca di strumentalizzare la situazione per danneggiare Kiev. Nel 2018, il centro culturale ungherese di Uzhgorod è stato incendiato da tre cittadini polacchi con legami provati con un’organizzazione russa. Questo attentato ha dato peso all’ipotesi di un intervento russo per indebolire l’Ucraina sia a livello domestico che internazionale.

«Queste storie sul separatismo non vanno prese sul serio»

Dopo il voto sulla legge sull’insegnamento e l’utilizzo della lingua ucraina, ci sono state grandi tensioni diplomatiche tra Budapest e Kiev. Il governo del primo ministro ungherese, Viktor Orbán, pensa che la legislazione violi i diritti fondamentali della minoranza. Il leader ultraconservatore ha ripetutamente chiesto all’Ucraina di modificare o ritirare la norma, senza successo però. Di fronte al rifiuto ucraino, l’Ungheria blocca qualsiasi avvicinamento tra l’Ucraina e le istituzioni occidentali, in particolare la NATO, alimentando tensioni latenti tra i due paesi.

Timea, un’insegnante di lingua ungherese che vive a Uzhgorod, pensa che «la presenza dello zampino russo» sia verosimile. Eppure, queste tensioni sono lontane dal caratterizzare  la vita quotidiana dei cittadini della regione. Due anni fa, la giovane donna ha aperto un dojo dove insegna aikido. Sul tatami del dojo, i suoi studenti non contano in ungherese o in ucraino, ma in giapponese. «Queste storie sul separatismo non vanno prese sul serio», dice, «e non c’è nemmeno discriminazione contro gli ungheresi». Timea stessa è nata da un matrimonio ucraino-ungherese. La giovane donna sottolinea piuttosto la tradizione di convivenza e di tolleranza che esiste nella regione; e sottolinea addirittura la mancanza di sforzi d’integrazione di una parte della popolazione ungherese: «Viviamo in Ucraina e la lingua ufficiale è l’ucraino, quindi dobbiamo impararla».

  • Timea insegna aikido in un dojo a Oujhorod. Suo padre è di origine ungherese e sua madre è ucraina. © Clara Marchaud

Allo stesso tempo, nemmeno Timea è favorevole alla nuova legge sull’insegnamento: «Non è nemmeno una questione di lingua madre delle persone. La norma non è mai stata approvata pensando agli ungheresi: originariamente era pensata per limitare il russo». Lei rimane ottimista sul futuro dell’ungherese nella regione. «Sono un’insegnante di ungherese come lingua straniera. Quello che vedo è che l’ungherese si sta sviluppando e ha un vero futuro come lingua straniera: lo insegno ai bambini di Oujhorod, così come agli adulti di Berehove, che non hanno origini magiare». In effetti, dal 2012, l’Ungheria distribuisce passaporti ai membri della minoranza ungherese, nonostante la legislazione ucraina proibisca la doppia nazionalità. Ottenere il documento rappresenta un’opportunità economica cruciale in questa regione, che rimane una delle più povere dell’Ucraina. «All’inizio era molto facile ottenere un passaporto ungherese quasi tutti vi avevano accesso. Negli ultimi anni le cose sono cambiate, bisogna dimostrare di saper parlare ungherese a un certo livello», spiega Timea.

«L'Ungheria fa molto per la regione»

Oltre ai passaporti, il governo ungherese ha lanciato una politica di sovvenzioni molto generose per le minoranze magiare del bacino dei Carpazi. In dodici anni, da quando Viktor Orbán è tornato al potere nel 2010, più di 115 milioni di euro sono stati trasferiti alla Transcarpazia sotto forma di sovvenzioni o donazioni – l’equivalente di un anno e mezzo del bilancio amministrativo della regione: Timea ci racconta della ristrutturazione della sua scuola da parte dello stato ungherese; gli studenti del workshop, della ristrutturazione del loro ufficio o del campo di calcio; e un professore universitario della ristrutturazione del pavimento del suo dipartimento, ecc.

Connecting the dots

Simone Benazzo:

Dottorando e assistente presso l'Université libre de Bruxelles (ULB), Simone studia e analizza i processi di autocratizzazione e la crisi delle democrazie liberali, con un focus sull'Unione europea.

Come Viktor Orbán usa il calcio per aumentare la propria influenza tra le diaspore ungheresi

Da buon calciofilo nonché ex giocatore di quarta divisione, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha eletto il calcio a caposaldo della propaganda nazionalista diffusa dal suo partito, Fidesz, sia in patria che all’estero. In Ungheria il simbolo più emblematico di questa operazione, che in tutto è già costata ai contribuenti ungheresi più di 2,5 miliardi di euro in dieci anni, è la Pancho Arena, lo sfarzoso stadio costruito nel 2014 a Felcsút. Può ospitare fino a 3800 spettatori: più del doppio della popolazione del paesino che la ospita, dove il premier magiaro ha trascorso parte dell’infanzia.   

Spostandosi oltre confine, nessuna delle regioni abitate da ungheresi etnici sembra esser stata dimenticata, come riportato da Balkan Insight lo scorso anno. Budapest si è infilata nel panorama calcistico di Romania (Sfantu Gheorghe, Oradea e Miercurea Ciuc), Ucraina (Mukachevo), Slovacchia (Dunajska Streda), Slovenia (Lendava), Serbia (Backa Topola) e addirittura Croazia (Osijek). 

In che modo? Principalmente costruendo stadi, sponsorizzando squadre locali e fondando scuole di calcio. Nelle parole di Dan Nolan, un reporter del Guardian che nel 2019 ha vinto lo European Press Prize con l’inchiesta L’insaziabile ossessione di Viktor Orbán per il calcio, “ad oggi esiste almeno una squadra di calcio legata a Fidesz in tutti gli stati dove si trovano territori che furono sottratti all’Ungheria nel 1920”. 

In alcuni casi i soldi li mettono imprenditori ungheresi che appartengono alla ristretta cerchia dei fedelissimi del premier, come Lőrinc Mészáros, amico di vecchia data di Orbán e oggi uomo più ricco d’Ungheria. In altri casi, i fondi vengono distribuiti dalla Federazione calcistica ungherese, o da associazioni che promuovono le istanze della diaspora, come la slovena MNONK, presieduta da Ferenc Horvath, deputato sloveno considerato molto vicino a Orbán. Ci sono stati, però, anche casi in cui il governo è intervenuto direttamente tramite il fondo Gábor Bethlen, istituito nel 2011 con lo scopo di coordinare l’assistenza finanziaria alle minoranze. Secondo fonti citate da Hungarian Spectrum, solo tra 2016 e 2018 l’esecutivo magiaro avrebbe speso più di 61,5 milioni di euro in progetti legati al calcio rivolti agli ungheresi etnici residenti nei paesi limitrofi.

Anche György Rúsznák, proprietario di una caffetteria a Oujhorod, ha beneficiato dei sussidi ungheresi per comprare attrezzature per il suo locale: un frigorifero e una macchina per fare il caffè. Secondo lui, questo tipo di investimenti beneficiano chiunque: «L’obiettivo di Budapest è quello di aiutare gli ungheresi a continuare a vivere qui, non a partire. L’Ungheria fa molto per la regione, senza scopi politici. Aiuta scuole, ospedali e intere aree della regione».

 György (Yuri in ucraino) rappresenta la storia della regione in carne e ossa: madre ucraina e padre ungherese, questo sorridente 50enne è cresciuto in un villaggio prevalentemente rumeno. E così ha iniziato la sua formazione scolastica in rumeno, prima di finire l’università – dove ha imparato anche l’italiano – in russo. Da 35 anni gestisce una caffetteria con la sua compagna, che è slovacca e rutena (una minoranza dell’Ucraina occidentale, nda.). Tra ogni sorta di cartelli appesi e altre reliquie che ricordano la storia turbolenta della regione, György è abituato ad accogliere calorosamente chiunque entri nel suo locale, indipendentemente dalla lingua, come ci ricorda un cartello sopra il bar. «Volevo creare un luogo d’incontro per persone di ogni provenienza, per persone a cui non importa quale lingua parli. Credo di esserci riuscito». Il jazz e le serate culturali sono di tutti. Questa è «una vera Babilonia», spiega György.

  • György davanti al bancone del suo bar. Sotto di lui, un cartello in ucraino avverte: “Qui si parla anche ucraino, ungherese, italiano, rumeno, slovacco, ruteno e russo". © Clara Marchaud

  • L'interno della caffetteria di György è pieno di reliquie che ricordano la storia della regione. © Clara Marchaud

  • L'interno della caffetteria di György è pieno di reliquie che ricordano la storia della regione. © Clara Marchaud

  • György ha posizionato le bandiere ucraina ed europea sul suo bancone. © Clara Marchaud

Arginare l'esodo

Per il massiccio sostegno finanziario messo in campo, l’Ungheria – spesso chiamata anche  “madrepatria” -, gode di un’ottima stampa in Transcarpazia. Dal 2010, il partito di Viktor Orbán ha mantenuto una maggioranza di due terzi nel parlamento ungherese, permettendo al suo partito, Fidesz, di governare in solitaria e incontrastato. Il voto della Transcarpazia non è un fattore secondario nel raggiungimento di questa maggioranza: secondo le stime, la comunità della regione dà a Fidesz da uno a due seggi supplementari in parlamento. «In generale, coloro che non sostengono Viktor Orbán semplicemente non votano. Solo quelli che sostengono Fidesz si preoccupano di farlo», osserva un altro studente. Qui, i partiti di opposizione sono spesso visti addirittura come un pericolo: la fine dei sussidi, o addirittura la fine del diritto di voto per le elezioni in Ungheria – una modifica che Fidesz non solo ha concesso, ma anche facilitato e incoraggiato. 

Nel frattempo, Fidesz è sempre rimasto al governo. E molti ungheresi locali si recano periodicamente in Ungheria per lavorare, per non parlare di chi si trasferisce tout court. In Transcarpazia, nel 2021, il salario medio mensile era leggermente superiore a 12.000 grivne, ovvero circa 380 euro. Un dato inferiore alla media nazionale di 430 euro e, soprattutto, lontano dagli standard europei. «Per molto tempo, Transcarpazia, Ungheria, o Slovacchia non erano realtà diverse le une dalle altre. Ma dal 2014, gli abitanti si sono resi conto che i paesi vicini si stanno sviluppando molto più velocemente», nota Dmitro Toujanski, uno scienziato politico specializzato nella regione. Ma al di là dell’Ungheria, è soprattutto l’accesso all’Unione europea nel suo insieme l’oggetto dei desideri dei titolari di passaporto ungherese. «La Germania e la Repubblica Ceca sono tra le destinazioni più popolari», spiega Toujanski.  

Le difficoltà economiche rafforzano la sensazione di isolamento della regione. E, paradossalmente, aiutano a mantenere l’identità e le tradizioni magiare. «Basta guardare cosa sta accadendo in Slovacchia, dove i salari elevati e lo sviluppo economico hanno accelerato l’assimilazione della minoranza ungherese», sottolinea Norbert. Poi ricorda: «Negli anni ‘00, abbiamo visto la stessa cosa qui, con le famiglie ungheresi che non hanno esitato a mandare i loro figli nelle scuole ucraine. Ma dalla crisi del 2008, le cose sono cambiate». Da qui l’esodo. In che senso? «Andarsene è normale, qui non c’è lavoro. Alcuni se ne vanno per sempre, è vero. Ma la maggior parte invia rimesse alle proprie famiglie prima di tornare a stabilirsi qui». Intanto, il dottorando rimane fiducioso sul futuro della regione. Lui stesso ha fatto una scelta: mentre diventare un fisico ricercatore non è fuori questione, il piano A è «giocare un ruolo nella comunità» come imprenditore impegnato. «La gente è attaccata alla propria terra. Quello che vogliono è poter rimanere e vivere normalmente».

*Questo reportage è stato realizzato prima dell’invasione russa dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022

Connecting the dots

Marco Carlone:

Membro di ereb e fotogiornalista freelance / video maker, Marco predilige ritrarre comunità e località isolate, in particolare nei Balcani.

A Stolipinovo, in Bulgaria, la comunità turca è invisibile

La prima volta che, nel 2019, misi piede a Stolipinovo, sapevo – o almeno, credevo – di essere nel “ghetto rom più grande dei Balcani”. Prima di partire, avevo infatti trovato quell’espressione in quasi tutti i reportage su questo quartiere periferico e malfamato di Plovdiv, la seconda città della Bulgaria. 

Là incontrai Salih, un giovane studente residente nel quartiere. Quando gli chiesi com’era vivere nel “più grande ghetto rom dei Balcani”, mi sorprese con la sua risposta: «Qui, in realtà, molti ti diranno che sono turchi, non rom». Se molti, a Plovdiv, conoscevano infatti Stolipinovo per i suoi problemi legati a disoccupazione e criminalità, pochi sapevano che la maggior parte dei suoi abitanti si considera turca. Qui la lingua turca si parla per le strade, si sente dai televisori al bar. «Io parlo bulgaro», dice Salih, «ma ci sono famiglie che insegnano ai loro figli solo il turco».

In Bulgaria i turchi sono la prima comunità minoritaria del paese. Giunsero nel paese soprattutto durante il periodo ottomano, e secondo l’ultimo censimento nel 2011 erano circa 588.000 i cittadini che si definivano etnicamente turchi, quasi il 9% della popolazione complessiva. In realtà è attualmente difficile determinare il numero esatto di turchi nel paese: nelle comunità dei pomacchi, dei tartari di Crimea, dei circassi e dei rom, sono infatti in molti a identificarsi come turchi. 

Ma di fianco a regioni e città in cui rom e turchi non condividono necessariamente gli stessi spazi, ce ne sono altre – come Stolipinovo – in cui le comunità vivono fianco a fianco. Ed è proprio in questi contesti che spesso, da fuori, si registrano fenomeni di “etnicizzazione della povertà” che portano a definire queste comunità semplicemente come “tzigane”. “A molte persone – conclude Salih – basta notare che qui abbiamo la pelle più scura per accomunare tutti i cittadini del quartiere sotto un’unica, indistinta, etichetta.

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