Europea a metà

22/11/2023

Pristina, 8 novembre 2023Un giorno, mentre ero comodamente seduta sulla poltrona del cinema, mi sono resa conto che proprio accanto a me c’era un’ amica. Il film non era ancora iniziato e ci siamo così messe a chiacchierare del più e del meno. Non ricordo più come, ma ad un certo punto ho parlato del viaggiare in “aereo” creando però subito un clima di imbarazzo. La mia amica si mette a ridere e mi spiega che non vuole più sentire la parola “aereo”, avendo recentemente affrontato le procedure di richiesta di un visto.Per lei quella parola era diventata sinonimo di procedure infinite come visite al municipio per i certificati di nascita, alla banca per gli estratti conto, all’ufficio di assicurazione sanitaria e, infine, al centro che gestisce le domande per il visto. Ovviamente non potevo che comprendere e condividere i suoi sentimenti. La sua esperienza mi è fin troppo familiare.Parlare con lei mi ha ricordato l’ultima mia richiesta di visto e l’ultimo mio volo. Ho fatto tutte queste cose decine di volte. Il numero di porte a cui devi bussare è infinito, così come la sensazione di veder negata la tua umanità ogni volta che devi fornire una montagna di documenti per dimostrare che meriti, anche tu, di salire su un aereo per l’UE.Non ho potuto fare a meno di chiedermi quantɜ altrɜ kosovarɜ presentɜ al cinema condividessero questa sensazione sugli aerei.Il cinema era pieno di giovanɜ che qualche anno prima, quando il Kosovo aveva dichiarato la propria indipendenza, erano statɜ riconosciutɜ come Giovanɜ Europeɜ, un’etichetta affibbiata dal governo in una campagna mediatica. Noi, lɜ nuovɜ europeɜ, eravamo prontɜ ad unirci alla famiglia accogliente dellɜ altrɜ europeɜ.La volontà del Kosovo di identificarsi con l’Europa era evidente durante quella campagna: abbiamo infatti associato i termini europei e identità europea a quelli di speranza, democrazia, rispetto della dignità umana, prosperità e futuro. Tuttavia, la realtà odierna è che l’Europa ne è uscita gratificata, ma non è riuscita ad accogliere lɜ kosovarɜ nella sua cosiddetta famiglia. Al contrario, siamo rimastɜ europeɜ a metà.Se già eravamo europeɜ, allora perché chiederci di diventarlo? Ad unə tedescə o ad un belga viene chiesto di comportarsi da europeo? Come esprimere la nostra identità europea se ogni volta siamo respinti? Come comportarsi con i membri della propria famiglia, se non siamo considerati alla pari?Ogni volta che vado in aeroporto non mi sento a casa. Mi chiedo come andrà il mio incontro con il doganiere. “Ho abbastanza contanti? Ho stampato la lettera di invito, la prenotazione dell’hotel e il biglietto di ritorno? Ho un aspetto gradevole?” sono le domande che mi frullano in testa.“Cittadini dell’UE” e “Tutti i passaporti” recitano i cartelli nella maggior parte degli aeroporti dell’UE in cui sono stata. Alcunɜ sono cittadinɜ, altrɜ solo passaporti. Alcunɜ dicono che è solo un termine tecnico, ma il linguaggio non è tecnico. Il linguaggio è politica. Negare la libertà di movimento a quasi due milioni di persone è politica.“Tecnico” è il termine usato anche dall’UE per descrivere il processo di liberalizzazione dei visti per il Kosovo. Un tecnicismo che dura da oltre un decennio. Nel 2012 il Kosovo ha ricevuto la sua tabella di marcia per i visti e nel 2016 il governo ha soddisfatto tutti i 93 prerequisiti (43 in più rispetto agli altri Paesi balcanici). Abbiamo dimostrato di essere pronti e determinati.Poi l’UE ha introdotto due criteri aggiuntivi. Nel 2018, il Kosovo ha soddisfatto anche queste due nuove condizioni. E solo nel 2022 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno annunciato la liberalizzazione dei visti per il 2024 al più tardi.Si è trattato di un processo tecnico? Non credo.Questo è diventato evidente nel corso degli anni, come dimostrano le recenti dichiarazioni del presidente Emmanuel Macron in cui si usano espressioni come “condizionato” o “rivedibile” nel riferirsi alla liberalizzazione dei visti, anche se la decisione è stata presa. Viene usata inoltre come leva per garantire che il Kosovo agisca “responsabilmente” nei negoziati con la Serbia, arbitrati dall’UE.In molte occasioni, incontrando attivistɜ, giornalistɜ, artistɜ e accademicɜ dell’UE mi sono resa conto che sono scioccati quando racconto loro di tutti gli ostacoli che devo superare per recarmi in un Paese dell’UE. Molti di loro sono davvero ignarɜ di tutto questo.Questa mancanza di informazione sottolinea l’invisibilità della nostra situazione. Le nostre storie parlano di un’ Unione Europea che esclude. I miei fratelli e le mie sorelle che aspettano nella coda dei “cittadini dell’UE” dovrebbero denunciare questa esclusione, attraverso i media, l’attivismo, l’arte. Questo non deve rimanere un problema che lɜ kosovarɜ affrontano da solɜ. Le nostre storie dimostrano che la cosiddetta famiglia europea ha bisogno di un punto di vista critico al suo interno, in modo che l’europeismo diventi qualcosa in cui voglio identificarmi di nuovo.Come kosovara, non cerco una famiglia: un’entità che mantenga le sue promesse e rispetti i diritti umani sarebbe sufficiente.

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