Da una guerra all’altra

06/12/2023

Düsseldorf, 22 novembre 2023Ho questa strana sensazione: non riesco a credere che tutte queste vite possano essere stipate all’interno di una sola, tutte queste vite che ci vengono date, tutte completamente diverse.Il 24 febbraio 2022, quando ci siamo svegliatɜ e abbiamo letto la prima notizia, a essere sinceri, non riuscivamo a crederci. Ma in una frazione di secondo abbiamo realizzato che il futuro deɜ nostrɜ figlɜ era stato distrutto, che il nostro Paese ci era stato portato via, che d’ora in poi e per sempre saremmo statɜ associatɜ ai fascisti, che i nostri figli sarebbero statɜ odiatɜ solo perché parlavano russo, o per il loro cognome.Io provengo da una famiglia ebraica. Una parte della nostra famiglia è morta nei campi di concentramento. L’ultima guerra, la Seconda guerra mondiale, l’abbiamo sempre vista dal punto di vista delle vittime. Questa volta, in un secondo, ho capito come ci si sentiva dall’altra parte, cosa provavano ɜ tedeschɜ che non appoggiavano Hitler.Così abbiamo fatto solo due valigie, abbiamopreso un aereo e abbiamo lasciato il Paese. Quando siamo arrivatɜ all’aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv, ɜ nostrɜ amicɜ che sono venutɜ a prenderci ci hanno detto: “Ma siete mattɜ? Due valigie? Siete in quattro!”. Non ci rendevamo conto di dove stavamo andando e perché. Non mi sembrava che stessimo emigrando, che stessimo andando da qualche parte. Mi sentivo come se mi avessero presa per i capelli e tirata da qualche parte.Le cose più importanti, comunque, non possono essere impacchettate e portate via. Le tombe dei miei genitori resteranno lì, e non posso farci nulla. So solo che sono con me ovunque io vada.Costruire una vita in un posto nuovo è davvero difficile quando non si ha assolutamente intenzione di trasferirsi. Ci siamo sentitɜ come se avessimo avuto di nuovo 20 anni, ma eravamo noi le persone adulte. Non avevamo più i nostri genitori su cui contare, al contrario, eravamo noi responsabili per lɜ altrɜ. Ed era una cosa terrificante.Il 7 ottobre, ci siamo svegliatɜ alle 6:30 al suono di una sirena. Eravamo sconvoltɜ. Abbiamo preso mio figlio e siamo corsɜ sulle scale. Anche ɜ vicinɜ erano lì, assonnatɜ e smarritɜ. A piedi nudi, in mutande. Non eravamo prontɜ per questo, anche se in Israele si dice che è bene dormire sempre con un pigiama dignitoso. Solo alla terza sirena mi sono ricordata di mettermi i pantaloni.C’era una paura strisciante, soffocante. ɜ nostrɜ amicɜ, che vivono in Israele da 30 anni, durante una delle nostre telefonate ci hanno detto che stavano comprando dei biglietti aerei. Così abbiamo iniziato a cercare dei voli che ci portassero in Europa, idealmente a Düsseldorf, dove vive mia sorella.È stato un vero e proprio deja vu. Il secondo trasloco in un anno e mezzo. Continuavo a pensare che non era questo il mondo in cui volevo far nascere ɜ miɜ figlɜ. Ma d’altra parte, sapevamo esattamente come fare le valigie. Questa volta abbiamo preso una piccola valigia, nient’altro. Sapevamo che “le cose” non erano importanti.Sono molto orgogliosa di tuttɜ noi, di mio marito per aver trovato un nuovo lavoro all’estero, dei miei figli per aver lasciato le loro amicizie, per essersene fatte di nuove e aver imparato nuove lingue. Sono orgogliosa di mia figlia per aver trovato il suo primo lavoro in un nuovo Paese. Credo che questo sia ciò che mi ha dato l’emigrazione, questo incredibile sentimento di orgoglio per tuttɜ e anche per me stessa.A Capodanno 2023, uno dei nostri figli più grandi ha alzato un bicchiere e ha detto: “Vogliamo brindare ai nostri genitori, che per tutta la vita ci hanno insegnato l’importanza di essere onestɜ. E quando è arrivato il momento, lo hanno dimostrato. Sono statɜ all’altezza dei loro principi”.Ma è difficile superare il fatto di non avere una casa, di vedersela portare via. Mi manca terribilmente. Mi mancano le foglie blu, l’aria, la luce, la luce di Mosca. Gli odori dopo la pioggia e l’odore della città in generale. Il mio figlio più piccolo non l’ha ancora superato. Avevamo appena festeggiato il suo quinto compleanno quando abbiamo dovuto lasciare la Russia. È molto emotivo, se le ricorda le cose. Si ricorda tutto.Qualche mese fa mi ha chiesto: “Cosa pensi sia più importante, una casa o una famiglia?”. Ho parlato con una psicologa infantile e mi ha detto che quando un bambino ti fa queste domande esistenziali a cui non puoi rispondere, chiedigli di rispondere da solo. Così gli ho chiesto: “Cosa ne pensi?”. Lui mi ha risposto: “Penso che la casa sia più importante perché la famiglia c’è sempre, nonostante tutto”. Con queste parole ha espresso l’intera essenza della nostra vita.

Daria*

Daria, suo marito e due deɜ suɜ figlɜ, hanno lasciato la loro casa a Mosca dopo l’invasione russa dell’Ucraina, si sono stabilitɜ a Tel Aviv, in Israele, e hanno lasciato anche lì la loro casa dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Daria ha provato a spiegare cosa si prova a fuggire e dover lasciare la propria casa due volte.*Nome di fantasia

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